di Vittorio Emiliani

Gli storici dell’arte, all’origine, con gli archeologi, della rete della tutela in Italia, risultano in via di sparizione nelle Soprintendenze: i pochi superstiti infatti si sono rifugiati nei più tranquilli Poli museali. Nell’era Franceschini il Ministero peraltro li aveva già abbandonati a se stessi. Delle 39 Soprintendenze uniche, ben 20 (più del 50%) sono andate ad architetti, 12 ad archeologi (oltre il 30%) e le restanti misere 7 a storici dell’arte. Alla memoria di Corrado Ricci, di Cesare Gnudi, di Enzo Carli, di Giulio Carlo Argan, di Cesare Brandi e di tanti altri fondatori o reggitori di quella nobile rete di tutela disegnata per aree culturali agli inizi del ‘900. Annota sul Piemonte uno studioso come Fulvio Cervini

dell’Università di Firenze: “La stessa pianta organica regionale per i funzionari storici dell’arte prevede 5 unità per un territorio vastissimo, 5000 Kmq e 1200 Comuni. Migliaia di monumenti, chiese, palazzi, musei su cui esercitare la tutela e l’alta sorveglianza dei restauri di dipinti, affreschi, arredi, seguirne la catalogazione, curare mostre scientifiche…” Torino inclusa.
Qui, durante l’Amministrazione Fassino, è andato molto di moda il modello di inserire i privati direttamente nelle gestioni museali. La recente rottura fra la direttrice Patrizia Asproni (Confindustria) e la nuova sindaca Chiara Appendino ha fatto scoprire retroscena avvilenti. Nel marzo 2015 la allora direttrice di Torino Musei fa sapere che la Biblioteca di Storia dell’Arte rimarrà aperta solo il venerdì e il sabato mattina. Giustificazione, “tanto ci vanno soltanto gli studiosi…”. In realtà si era già al colpo di grazia. dopo aver sospeso le acquisizioni di opere (soltanto donazioni) e non rinnovati gli abbonamenti alla quasi totalità delle 244 riviste. Nella città di mecenati come Riccardo Gualino e di studiosi quali Pietro Toesca, gli egregi sottoscrittori della protesta non vennero neppure ricevuti da Asproni. Che lasciò cadere (non c’è spazio) la donazione alla Galleria d’Arte Moderna della ricca biblioteca di Enrico Castelnuovo, per anni in cattedra a Losanna e sotto la Mole.
Separati con l’accetta i Musei dal loro territorio e devitalizzate le Soprintendenze, osserva Cervini, “si afferma una concezione mercantilistica dei beni culturali, mentre la spina dorsale degli uffici di tutela riceve attenzioni nulle o di segno opposto”. La pianta organica ministeriale concentra ben 8 storici dell’arte nel Polo regionale e 7 nei Musei Reali di Torino. La riforma/deforma Franceschini-Renzi ha creato in Piemonte due nuove Soprintendenze: Alessandria-Asti-Cuneo, un “fritto misto” dal momento che Cuneo ha sempre gravitato su Torino e la Savoia e Alessandria assai più su Genova e su Milano, e la Biella-Novara-Verbano-Cusio-Ossola-Vercelli con sede a Novara. A costo zero? O non aumentano così, si chiede Cervini, i centri di spesa?
Se scendiamo dal basso Piemonte in Emilia-Romagna l’attuazione di una riforma, tanto prepotente quanto sbrigativa, non crea danni né sconvolgimenti minori. A Bologna il soprintendente unico, l’archeologo Luigi Malnati, non ha uno storico dell’arte al quale affidare, dopo il pensionamento dell’ultimo della specie, il delicato ufficio esportazioni. Gli altri sono ormai nei Poli museali. Magari costretti a dirigere insieme Palazzo Milzetti, gioiello neoclassico faentino e il mausoleo ravennate di Teodorico re dei Goti. Il Museo di eccellenza è stato individuato nella Galleria Estense di Modena che non ha certo più dotazioni né storia della Pinacoteca Nazionale di Parma o di quella di Bologna. Ma ha avuto il terremoto… Quand’è così. A Ferrara si profila di peggio: il trasferimento della Pinacoteca Nazionale dalla mirabile dimora di Palazzo dei Diamanti al Castello assai più fortezza medioevale che non residenza rinascimentale. Da quale porta o finestra passeranno le grandi pale (enorme la Pala Constabili di Dosso e Garofalo) o gli affreschi staccati ora a Palazzo dei Diamanti e dove li collocheranno in quei piccoli ambienti? Bisognerà “esplorare nel tempo”, si difende cauta la nuova direttrice della Pinacoteca di corso Ercole d’Este, Martina Bagnoli. Esplicito invece lo studioso dell’Ariosto e del Rinascimento, Gianni Venturi: “Le associazioni culturali cittadine avevano chiesto di esaminare l’intera sistemazione del patrimonio museale della città in modo aperto. Mai avuta risposta”.
A Bologna alla Pinacoteca Nazionale fra un anno o poco più tutti i custodi saranno in pensione. Già ora quelle ammirate sale dove svettano Raffaello, Guido, i Carracci, Guercino, i Trecentisti aprono a singhiozzo. Pochi anni or sono un pingue contratto con Ryan Air portava qui dall’aeroporto migliaia di viaggiatori. Improvvisamente le porte si sono chiuse per mancanza di custodi. Per “valorizzare il patrimonio”? Ma certo. Del resto, cosa ci si può aspettare da chi ha messo nello stesso frullatore gli Estensi di Ferrara con quelli di Modena privilegiando questi ultimi?

(2-continua, la prima puntata è stata pubblicata il 4 dicembre)

Il Fatto, 9-12-2016