di Tomaso Montanari

Invece di rispondermi, Gaetano Pesce ha preferito insultarmi. Peccato: avrei letto volentieri un qualunque tentativo di spiegare in quale modo la sua poltrona dialogherebbe con la facciata di Leon Battista Alberti, o con la piazza di Santa Maria Novella. Ma non c’è alcun legame formale, nessuno studio del rapporto spaziale, nessuna allusione ad un tessuto storico. Niente di niente. Un solerte scriba di corte ha consultato wikipedia, inventandosi un nesso tra la Maestà tradita di Pesce e la Maestà Rucellai di Duccio, già a Santa Maria Novella. Sorvoliamo sulla comicità dell’accostamento. Il punto è che la poltrona di Pesce si chiamava così anche quando — solo tre mesi fa — doveva andare nella «prestigiosa cornice» di piazza della Signoria (pubblichiamo il bozzetto: così chiunque può vedere cosa abbiamo rischiato). E si può giurare che, se alla fine ci fosse andata davvero, oggi leggeremmo alate parole sull’incombenza fallica della Torre di Arnolfo. A Santa Croce il nesso sarebbe stato dantesco. Davanti agli Innocenti avrebbe trionfato la maternità. E così via. Il fraseggio da wedding planner (la «prestigiosa cornice») è quello del ‘progetto’ fornito direttamente dallo studio dell’artista: un testo in cui si legge anche, testualmente, che «sulle pareti della grande Sala dei Cinquecento figurano due affreschi, uno di Michelangelo e uno di Leonardo». Complimenti, Maestro Pesce: ha fatto meglio di Renzi, oltre a Leonardo ha ritrovato anche Michelangelo. D’altra parte, se vogliamo che la nostra audace modernità abbia un dialogo sbarazzino con il passato, è molto più pratico ignorare radicalmente quest’ultimo. È noioso, e rischia pure di mettere soggezione. Ma veniamo alle cose serie. Pesce non è uno scultore, né tantomeno un architetto: è un designer di oggetti che si paragona a Brunelleschi. La sua poltrona come la Cupola. Sulla megalomania egotica si può solo sorridere: ma il punto è la confusione tra chi si limita a ingrandire un oggetto d’uso, e chi invece plasma lo spazio con la forza e la visione di un alter Deus, di un secondo dio creatore. La dimensione dell’arte di Pesce (comunque la si valuti) è la casa privata, o lo spazio di un museo. E Vittorio Gregotti spiega da molto tempo che la crisi dell’architettura si deve proprio al fatto che essa si è ridotta a design: privandosi di quel progetto su scala urbanistica che è — questa sì — la grande conquista della modernità. Certo, quando si apprende che Pesce ha appena disegnato un Ponte sullo Stretto a forma di S (come «Sicilia»), con venti piloni, che rappresentano le regioni d’Italia, in grado di «ospitare centri ricreativi e di servizi»: beh, diciamo la verità, il povero Brunelleschi esce polverizzato. Altra questione. Chi sa — fuori di una ristrettissima cerchia di collezionisti, critici, curatori — chi sia Gaetano Pesce? Badate, non lo dico per ridimensionarne le ambizioni (sarebbe un’impresa disperata), ma perché la cosa riguarda una grandissima parte dell’arte d’oggi. Un’arte che vive in un sistema chiuso, autoreferenziale, del tutto artificiale: un’arte da serra. Ebbene, questo smarrimento di una funzione pubblica e civile, questa incapacità di parlare a tutti, questo autismo mascherato da elitarismo fa sì che quando essa viene esposta «al lume della piazza» (per citare Michelangelo) l’esito sia fatale, sia sul piano formale che su quello sociale. Per cambiare il tessuto della città (che sia per qualche mese o per sempre non importa) ci vuole un rapporto con la città: con quella di pietra, ma anche con quella di carne. Infine, l’ultimo nodo: il rapporto tra passato e presente nei centri storici. È un’eterna questione, sulla quale si possono avere naturalmente opinioni diverse. Io la penso come Antonio Cederna: «Per ragioni storiche, artistiche, ambientali, per ragioni di urbanistica chiaroveggente, il Canal Grande, come la Via Appia Antica, come il centro di cento altre città, sono capitoli chiusi, sigillati, perfetti, intoccabili. Non importa assolutamente nulla se l’architetto autorizzato a costruirvi sia un genio, o un disgraziato: quando sentiamo dire che Wright è grande come Michelangelo noi rispondiamo “tanto meglio”, ma aggiungiamo subito che, fosse anche diecimila volte più grande di Michelangelo, egli non deve costruire sul Canal Grande o sulla Via Appia Antica: nemmeno il Padreterno oggi vi può più costruire». Questa cosciente autolimitazione è una conseguenza della modernità: ed è per questo che non ha alcun senso confrontarsi con la Firenze del Quattrocento. Ha scritto Leonardo Benevolo: «L’epoca attuale, per la prima volta nella storia, ci pone in grado di accostarci con eguale capacità di comprensione alle opere e agli ambienti di tutte le epoche passate: e questo ha fatto sorgere l’esigenza tutta moderna della loro conservazione integrale… Se proprio vogliamo essere moderni, dobbiamo fare il contrario di quanto è stato fatto nelle epoche passate: dobbiamo conservare anziché demolire, o ricostruire». E allora cosa mai potrà fare un architetto di oggi? In tutto il mondo occidentale, e anche a Firenze, ci sono immense periferie: che languiscono, aspettando grandi architetti e grandi sindaci capaci di trasformarle in luoghi così belli che i nostri discendenti non vogliano rovinarle. E invece no, continuiamo a fregarcene, delle periferie: e a usare il centro come una «prestigiosa cornice». Per un’ “arte” che fa bene solo a chi la fa, e a chi la promuove: non certo a chi la vede. O a chi la paga.

Tratto da La Repubblica del 29.11.2016