L’area archeologica centrale di Roma verso l’autonomia –  Avrà un superdirettore e i suoi introiti non saranno più ridistribuiti

Beni culturali, arriva un nuovo scossone. Che si somma a quelli che da anni investono le strutture di tutela del patrimonio italiano, imponendo un inusitato stress a un apparato fragilissimo.

Stavolta nel mirino entrano il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, la cui gestione potrebbe essere affidata a un organismo simile a quelli che dal 2014 hanno in carico 20 grandi musei e siti archeologici o monumentali (ai quali altri 10 si aggiungeranno nei prossimi mesi). Al momento non c’è un provvedimento del ministero di Dario Franceschini. Ma un emendamento alla legge di stabilità approvato in commissione (prima firmataria Lorenza Bonaccorsi, responsabile cultura del Pd, fedelissima renziana) stabilisce che si possano riaprire i termini per la riorganizzazione delle soprintendenze (accorpamenti, scorpori…) decisi dalla riforma Franceschini. La riapertura riguarda le soprintendenze speciali, quella di Pompei e quella, appunto, di Roma, ed è finalizzata «all’efficientamento delle modalità di bigliettazione » che devono adeguarsi a «standard internazionali». Il riferimento alla legge 106 del 2014 rende comprensibile ciò che viene espresso in burocratese: quell’articolo sancisce la nascita dei musei sganciati dalle soprintendenze.

A questi ora dovrebbero aggiungersi Colosseo, Fori imperiali, Palatino e le altre perle dell’area archeologica centrale di Roma (per Pompei non sono previsti stravolgimenti). Un’interpretazione in questo senso circola con preoccupata agitazione nelle soprintendenze interessate. È l’ultimo, previsto tassello, aggiungono i più allarmati, di un processo di riorganizzazione dei beni culturali che stacca dal sistema le parti più pregiate e che producono maggiori incassi (e il Colosseo non poteva mancare nella lista in cui figurano già gli Uffizi e Paestum), affidandole a direttori scelti con bandi internazionali e che hanno prevalentemente compiti di valorizzazione. È la fine dell’autonomia introdotta dal ministro Veltroni quasi vent’anni fa, aggiungono altri.

L’emendamento Bonaccorsi è stato presentato più volte. Più volte respinto e dichiarato incompatibile con la legge di stabilità, è stato poi approvato, con il parere favorevole del ministero di Franceschini. L’allarme nei ranghi della tutela deriva dal fatto che la nuova riorganizzazione giunge dopo quella che, appena nella primavera scorsa, aveva già investito i beni culturali romani con la creazione di una soprintendenza mista. Questa aveva competenza non solo sull’archeologia della capitale, anche sul paesaggio, sui monumenti e sulle belle arti entro la cinta delle Mura Aureliane. Il provvedimento seguiva altri stravolgimenti e lo smembramento in tanti pezzi della soprintendenza che per decenni aveva retto l’archeologia romana. Il

Museo nazionale romano se n’è andato per conto suo. Per conto suo sta Ostia e l’Appia Antica fa storia a sé. Da due anni i pochi funzionari sono costretti a fronteggiare, oltre alla tutela ordinaria, una miriade di complicazioni dovute agli spacchettamenti (archivi sparpagliati, pratiche che vagano, personale trasferito…).

L’ennesimo riassetto ha anche un risvolto finanziario. La soprintendenza romana usava gli introiti del Colosseo e dell’area archeologica centrale (60 milioni quest’anno) per spalmarli su un territorio bisognoso di onerose cure. Dopo il terremoto una quarantina di parroci hanno segnalato crepe e altri danni a chiese di pregio. Alle quali sarebbero andati soldi provenienti dai biglietti del Colosseo. Che prenderanno ora un’altra strada.

Repubblica, 26 Novembre 2016