(di Debora Tosato*) Qualche giorno fa, al TG1 delle ore 20.00, Giambattista Tiepolo è apparso improvvisamente nelle case degli italiani grazie alle immagini del salvataggio della grande pala d’altare dipinta nel 1740 per la chiesa di San Filippo Neri a Camerino. Un intervento difficile e delicato, condotto con estrema perizia in un edificio gravemente lesionato dal sisma.

Il dipinto su tela, che rappresenta l’Apparizione della Madonna con il Bambino a san Filippo Neri e misura oltre tre metri e mezzo di altezza, è stato smontato dall’altare dai vigili del fuoco di Trento, che hanno lavorato in collaborazione con i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico e con la supervisione della soprintendenza territoriale. Le riprese mostrano l’opera fortunatamente intatta, trasportata a braccia per le vie del paese, adagiata a terra, spolverata, protetta e caricata in camion, con le stesse attenzioni destinate alle creature fragili e bisognose di cure.

Sarebbe forse doveroso elogiare più spesso il contributo generoso e la professionalità dei vigili del fuoco, dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, della Protezione Civile e dei tanti volontari che operano quotidianamente e senza sosta nei territori colpiti dal terremoto.

Era forse necessaria una calamità di tale portata per risvegliare l’attenzione dei media sul nostro patrimonio nazionale? Che prospettive e futuro avranno il dipinto di Tiepolo e le tante opere d’arte tratte in salvo e attualmente ricoverate in deposito?

Una riflessione appare doverosa, affinché l’opinione pubblica prenda coscienza del fatto che il patrimonio culturale italiano – bene di tutti – rischia quotidianamente di essere danneggiato e nel peggiore dei casi distrutto o svenduto – come accadde talvolta in passato – perché il governo da tempo ha scelto di non investire più in risorse umane e finanziare per sostenere il “sistema” delle soprintendenze, preposte alla tutela dei beni culturali nel territorio.

Senza adeguati strumenti di intervento i professionisti della cultura – storici dell’arte, architetti, restauratori e altre figure professionali – sono impossibilitati a svolgere efficacemente il proprio compito istituzionale sia nella gestione ordinaria che in quella straordinaria delle emergenze.

Per lavorare in maniera proficua sui beni culturali è necessario avere una conoscenza ottimale del territorio, mediante studi e sopralluoghi costanti in loco, per verificarne lo stato di conservazione e aggiornare in tal modo la documentazione delle schede di catalogo, strumento essenziale di salvaguardia dei beni ecclesiastici. Sono ormai esigui o del tutto esauriti i fondi per finanziare le missioni, vale a dire i sopralluoghi effettuati dai funzionari, che inizialmente pagano di tasca propria le spese di viaggio e sono in seguito tenuti a presentare la documentazione agli uffici per avere il rimborso.

Le soprintendenze da tempo non hanno neppure le risorse per promuovere o aggiornare le campagne di catalogazione di questi beni, che nel migliore dei casi si auspica siano state completate dalle diocesi competenti, dotate di apposito Ufficio Diocesano dei Beni Culturali che generalmente mantiene i contatti con gli uffici statali.

Una moderna catalogazione permette di individuare autore, soggetto, misure, collocazione, stato di conservazione, interventi di restauro, riproduzioni fotografiche e bibliografia, vale a dire tutti quei dati essenziali per intervenire tempestivamente in situazioni di eccezionale gravità.

Avere una sorta di data base aggiornato su chiese e opere d’arte consente – in situazioni a rischio come quella attuale – di capire quali siano i beni maggiormente esposti al pericolo e stabilire in tal modo una programmazione che possa garantire priorità, tempistiche, modalità e tipologia di intervento, in accordo e coordinamento con altri enti.

Se questi strumenti mancano, oppure risultano carenti o insoddisfacenti, l’azione della soprintendenza sarà diminuita, rallentata o quasi totalmente inefficace.

Un altro aspetto significativo riguarda la creazione e il funzionamento di una struttura operativa, che in situazioni di emergenza abbia autonomia, agilità ed efficacia esecutiva per determinare azioni tempestive, secondo linee guida e procedure stabilite a monte a livello centrale.

E’ inoltre necessario, più che mai, che lo stesso Mibact dia un segnale forte per invertire la tendenza al consumo e allo sfruttamento dei beni culturali – ora prevalente – creando nuovi ambiti di educazione culturale per la cittadinanza, affinché sia consapevole che accanto ai musei “contenitori” di eventi, di mostre e di capolavori esiste un prevalente tessuto sociale di “museo diffuso” – fatto di borghi, edifici storici, chiese, testimonianze culturali e paesaggistiche, tradizioni popolari – che contraddistingue la nostra identità e come tale merita di essere salvaguardato.

dipendente Mibact, coordinamento regionale CGIL FP Veneto