Sono ore drammatiche, in cui si gioca il futuro del patrimonio culturale della nazione: è l’8 settembre della tutela, perché il quartier generale tradisce gli eroici funzionari abbandonati sul terreno.

Tra i mille, gravissimi e antichi problemi del governo del patrimonio una cosa aveva sempre, bene o male, funzionato: la gestione dell’emergenza. I primi gravi scricchiolii si sono registrati con il terremoto dell’Emilia: ma ora, per la prima volta, dalla Grande Guerra, il patrimonio culturale è, di fatto, senza tutela.

Lo scorso 7 maggio oltre cento associazioni culturali e mille cittadini hanno gridato per le strade di Roma che era emergenza per la cultura: ora, alla prima grave occasione, quel grido si rivela perfino troppo cauto.

Dopo il terremoto di agosto non solo non si sono puntellati i monumenti, ma (cosa inaudita) non si è portato via il patrimonio mobile! Capolavori di pittura, scultura e oreficeria giacciono ancora sotto le macerie, nel disastro artistico più grande della storia della Repubblica.

E ieri sera è arrivata una decisione fatale: il commissario Vasco Errani ha autorizzato i sindaci a mettere in sicurezza gli immobili vincolati. E si attende un’ordinanza analoga sullo spostamento delle opere d’arte da sotto le macerie. Una misura a questo punto necessaria: ma una misura che certifica la fine della tutela italiana, basata sulla necessità di un intervento tecnico. È come dire che siccome il ministero della Sanità è allo sbando e i medici non arrivano, allora i sindaci possono operare i casi disperati.

È fin troppo evidente che si pongono le basi di fatto alla vera svolta agognata da Renzi: la fine delle soprintendenze e la devoluzione di tutto ai sindaci, e al Sindaco d’Italia a livello nazionale. Una misura populista che sostituisce alla competenza la lottizzazione politica.

Come siamo arrivati a questa disfatta epocale? La riforma Franceschini (una riforma concepita in odio alle soprintendenze, su mandato di un presidente del Consiglio che ha scritto che «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia») ha dato il colpo di grazia alla tutela: le soprintendenze ‘olistiche’(fortemente volute da chi si è arrampicato sulle macerie del patrimonio dopo aver fallito la carriera politica), la disarticolazione degli archivi delle vecchie soprintendenze, il rimescolamento globale di un personale che oggi si trova a tutelare un territorio che gli è ignoto, il dirottamento di tutti i fondi sui «grandi attrattori turistici», lo sbilanciamento estremo verso la valorizzazione (con il tentativo di introdurre in Costituzione anche il concetto di ‘promozione’, affidandolo alle Regioni). Tutto questo, unito all’atavica carenza di fondi e di personale, ha condotto al disastro di queste ore.

L’unica reazione del combusto quartier generale del Mibact è ora quella di creare una soprintendenza speciale del cratere: una decisione che certifica il fallimento della decantata struttura ‘olistica’, e che, d’altra parte, rischia di essere ormai del tutto inutile, dopo il subentro dei comuni.

In attesa che sia – come sempre – la magistratura a doverci dire perché, e per colpa di chi, non sono stati accolti i circostanziati appelli a intervenire sulle strutture lesionate ad agosto, l’istantanea di questo ‘8 settembre del patrimonio’ rimane quella di un Dario Franceschini estasiato di fronte agli stands della Borsa del Turismo Archeologico dopo che già Sant’Eutizio e San Salvatore a Campi erano crollate inghiottendo tutto ciò che contenevano. Business as usual.

Per un fatto infinitamente meno grave, lo stesso Franceschini chiese a gran voce – e ottenne – le dimissioni di Sandro Bondi. Ora siamo in molti ad aspettarci le sue.

Ma prima chiediamo che il ministro risponda a queste tre domande cruciali:

1) perché il patrimonio mobile non è stato portato via dalle chiese colpite dal sisma di agosto, e ricoverato in un deposito sicuro?

2) perché le chiese ora crollate non sono state messe in sicurezza dopo che erano state lesionate dal sisma di agosto?

3) si rende conto che la delega ai comuni dei compiti istituzionali e costituzionali del Ministero per i Beni culturali rappresenta il punto più basso della storia di quest’ultimo, e anzi il certificato di morte del modello italiano di tutela del patrimonio culturale?

Qualunque possibile fiducia in un futuro per il patrimonio culturale italiano passa attraverso chiare assunzioni di responsabilità su questi tre punti cruciali. Arriveranno?

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2 Novembre 2016