“per quanto riguarda i beni culturali e paesaggistici, la riforma costituzionale si colloca in una ideale retroguardia all’insegna di un liberismo vorace e senza regole, tanto scoperto e totalizzante da risultare poco apprezzabile pure dai seguaci di Hayeck e Milton Friedman. ”

Le modifiche del Titolo V contenute nella riforma costituzionale esprimono un ritorno inequivoco al centralismo, in perfetta contraddizione con la nuova struttura di un senato rappresentante delle istituzioni territoriali e regionali. Queste ultime, in particolare, non hanno dato buona prova per l’illiceità e talora la laidità dei comportamenti di molti consiglieri e gruppi regionali. Ciò, tuttavia, non vuol dire che l’istituto regionale, inteso come ambito di intermediazione decisoria e di esposizione delle istanze delle relative comunità, vada escluso dallo svolgere un ruolo importante nella vita del Paese. Perché le comunità territoriali rappresentano valori riferibili a persone e a cose che, in un contesto quale il nostro, fitto di realtà locali con propria storia e specificità paesaggistica, artistica e culturale, richiedono cura, attenzione e adeguata tutela.

Purtroppo, in relazione a quelle problematiche paesaggistiche, artistiche, storiche e culturali, il modello ridisegnato dal nuovo costituente rappresenta un deciso e per certi versi preoccupante passo indietro.

Le previsioni che suscitano seria perplessità riguardano l’esclusiva potestà legislativa in materia di: procedimento amministrativo (art. 117, c. 2, lett. g); unificazione della disciplina generale di attività culturali e turismo (art. 117, c. 2 lett. s); normativa generale sul governo del territorio (art. 117, c. 2 lett. u); infrastrutture strategiche (art. 117, c. 2 lett. z) riappropriazione. Last, but not least l’art. 117, c. 3 affida alle regioni la potestà legislativa “in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo”, mentre nel precedente comma 2 la lettera s) riserva alla legislazione esclusiva statale la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici.

Nonostante le apparenti contraddizioni tutte le disposizioni richiamate rispondono ad una concezione centralista, autoritaria e di mero sfruttamento del paesaggio e dei beni culturali. In sintesi: un’adesione, finora inusitata, al più greve mercantilismo.

Analizziamo le disposizioni su citate.

La potestà legislativa esclusiva in materia di procedimento amministrativo manifesta la chiara volontà di conformare le decisioni amministrative secondo paradigmi nei quali la rappresentanza delle istanze di base (tra le quali assumono grande rilievo quelle culturali, storiche e paesaggistiche) venga ridotta in un cantuccio se non addirittura ignorata. Alle probabili obiezioni si può tranquillamente rispondere che basta una lettura contestuale della riappropriazione della disciplina del territorio e delle opere strategiche per contraddirle in radice. L’esclusività del modulo sequenziale dal quale scaturiscono i provvedimenti amministrativi conferma peraltro ciò che già il governo Renzi ha fatto in materia di organizzazione amministrativa, con i prefetti resi gauleiter della tutela culturale. Non si dimentichi che la normativa sulla conferenza di servizi (sulla quale incombe la sparizione dell’esponenza della tutela dei beni culturali e paesaggistici) è parte fondamentale di quella del procedimento amministrativo. Se la tutela del patrimonio e del paesaggio viene sistematicamente attaccata in funzione dell’ordine nuovo della organizzazione e collocazione delle sovrintendenze voluto da questo governo (simile a quello abrogato 77 anni fa da Bottai!), non si vede come una legge sul procedimento nelle mani di un esecutivo anti tutela (non necessariamente l’attuale) possa migliorare la funzione di presidio dei beni culturali e del paesaggio.

La ragione di questa compressione è significativamente messa in luce dalla previsione di una disciplina comune delle attività culturali e del turismo. Punti di contatto tra le materie evidentemente ci sono così da rendere senz’altro utili disposizioni che raccordino taluni momenti delle due attività…Andare oltre, creare un potenziale codice delle attività culturali e del turismo significa una cosa sola: avere sposato l’idea che la cultura espleta fondamentalmente funzione ancillare in favore del turismo e, in genere, del profitto economico. Il sottofondo ideologico è vecchio di più di trent’anni e contraddetto dai fatti: la fata morgana dei giacimenti culturali, una specie di oro nero della nostra economia, poco sfruttato dai precedenti governi! Per rendere più grottesca la cosa, c’è ancora qualche politico che sembra crederci!

Per quanto riguarda il governo del territorio e le opere strategiche è sufficiente richiamare le incisive affermazioni di Tomaso Montanari che ha, nel contradditorio con Luciano Violante, dimostrato, con esempi attualissimi, come le grandi opere, indubbiamente correlate al governo del territorio, facciano spesso a pezzi il nostro patrimonio culturale e la nostra identità in nome dell’economia e del progresso. E come potrebbe essere diversamente quando si pone come valore supremo quello del “fare” comunque, indipendentemente dal contesto nel quale ciò si realizzerà e dagli stessi risultati? L’opera dei sovrintendenti, in questa prospettiva, si pone come un ostacolo che solo una legislazione nazionale ferrea nel disconoscere rilievo alle istanze e ai valori del territorio può convenientemente tenere a bada.

Se con una mano toglie, con l’altra la costituzione sembra dare qualche cosa alle Regioni e agli enti territoriali: “disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni culturali, ambientali e paesaggistici” ed, ovviamente, con valorizzazione ed organizzazione regionale del turismo (art. 117, c. 3). Occorre una breve digressione in diritto, prendendo a base le parole “disciplina generale e comune delle attività culturali e del turismo” contenute nella precedente lettera s) dell’art. 117, c. 2. Quando parla di disciplina generale e comune, la legge costituzionale si riferisce evidentemente a quelle un tempo definite leggi-cornice statali (ante riforma costituzionale del 2001), che ammettevano una normativa di dettaglio o comunque attuativa da parte delle regioni. Probabilmente la disciplina delle attività culturali di interesse regionale si colloca in questa dinamica, unitamente alla valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, quasi a sancire che, al pari di altre più degne clausole, simul stabunt et simul cadent…Facciamo un esempio: La Sagra della Ficamaschia dorata di Monte Argentario dovrà quasi necessariamente accompagnarsi con una mostra (l’ennesima!!!) su Caravaggio a Porto Ercole…Si accettano proposte per la Sagra del tegamaccio o dell’anguilla… Ben diversa è la problematica inerente la promozione dei beni culturali, ambientali e paesaggistici…La promozione non è altro che un particolare aspetto della valorizzazione e, d’altro canto, il codice dei beni culturali e tutta la legislazione, anche di origine internazionale come le convenzioni Unesco, sono univoci nel ricondurre la promozione alla valorizzazione. Altrettanto afferma il più autorevole giudice nazionale: la corte costituzionale. Se così è, non v’è spazio per una legislazione regionale sulla promozione dei beni culturali e paesaggistici, perché, diversamente dalla disciplina generale e comune delle attività culturali e turismo (contenuta anch’essa nella lettera s) del c. 2 dell’art. 117), la tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici non legittima alcuna legislazione derivata, non essendovi appigli di sorta per strutturare quella espressione come legge-cornice. Si tratta di legislazione esclusiva tout court che non rinvia per l’attuazione e il dettaglio ad altre autorità e fonti normative.

L’incongruenza può essere spiegata in due modi: o la previsione è frutto di un errore in un possibile taglia e incolla rispetto alla precedente lettera s) del comma 2 (ipotesi più bonaria) o si tratta di uno spregiudicato tentativo di dare alle comunità territoriali una specifica autorizzazione ad esaltare l’offerta turistica ed in genere le attività commerciali attraverso una riappropriazione degli effetti economici della valorizzazione. Si scrive… in soldoni, perché di questo si tratta: sottomettere l’opera d’arte, il paesaggio, il bene ambientale alle finalità commerciali, rappresentate principalmente, ma non esclusivamente dal turismo. Intendiamoci bene: il turismo è cosa ottima per il Paese con un’offerta potenziata e capace di vincere la concorrenza europea. Per conseguire risultati, però, occorre migliorare e rendere competitiva l’offerta alloggiativa e ristorativa, i trasporti, l’informazione e in genere l’accoglienza. In questa prospettiva, non si nega che l’attrazione culturale sia fondamentale ed utilissima per l’espansione della domanda turistica, a patto, però, di non stravolgere la scala di valori e di deformare la valenza del bene artistico o paesaggistico a mero strumento adattabile comunque alle esigenze del commercio e, per quella via, alla speculazione di ogni tipo. A questo purtroppo conduce la poco illuminata riforma costituzionale.

Al fondo di questo atteggiamento vi è sicuramente una scarsa sintonia con l’articolo 9 Cost., i cui contenuti vengono di fatto condizionati e forse soggiogati alla logica del mercato (salvo poi a capire se a favore o meno di una effettiva, libera concorrenza), e, in genere, con tutte le disposizioni della prima parte della Costituzione che conferiscono all’utilità sociale una prevalenza ideale e funzionale rispetto all’affermazione teoretica del mero profitto. In definitiva: per quanto riguarda i beni culturali e paesaggistici, la riforma costituzionale si colloca in una ideale retroguardia all’insegna di un liberismo vorace e senza regole, tanto scoperto e totalizzante da risultare poco apprezzabile pure dai seguaci di Hayeck e Milton Friedman.

Filoreto D’Agostino, Presidente Tar a.r.