La rivoluzione della Galleria Nazionale, dove la neo direttrice (nomina Franceschini) modifica spazi e allestimenti. Risultato? Le statue mostrano tutte la schiena

Era piuttosto ridicolo il nome attribuito in questi ultimi anni alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Gnam: per un museo solido ma vetusto, imponente ma dettagliato, impregnato sia di slanci novecenteschi strabilianti che di quell’Ottocento narrativo, così immobile da far notare le meraviglie nascoste nel torpore di un secolo indeciso, che di sala in sala ti trascinava da un Boldini a un Segantini, passando per le dame colte di Corcos e i bimbi materiali di Rosso, i tanti Morandi e Sironi, un immenso Gnoli, svelando, con tanto (forse troppo) materiale, i tic, le esasperazioni e le paure di quel tempo depresso poco prima delle avanguardie. Sì, Gnam non era un nome adatto, con le difficoltà affrontate anche da precedenti direzioni, con mostre di autori contemporanei (alcune molto belle), collocate in spazi distinti.

“La Galleria Nazionale” è oggi il nome autorevole e più giusto, restituito da Cristiana Collu, neodirettrice dell’istituzione statale (raggiunta con il bando istituito per i Grandi Musei, colei che giovanissima inventò un museo innovativo, il Man di Nuoro). Con la mostra Time is Out of Joint, 500 opere di 170 artisti, tali tentativi di interazioni sono stati spazzati (scardinati) via completamente, ritenendoli inadeguati, forse poco arditi o troppo regolari, come lei stessa scrive, descrivendo la sua rivoluzione: “Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della cronologia e della storia (dell’arte), ma si muovono assolte e svincolate in una sorta di anarchia che, come vuole una certa tradizione femminile a cui mi sento di appartenere, non ha nulla a che vedere con il disordine, ma si appella a qualcosa d’altro che viene prima delle regole”.

La sintesi consiste nello smantellamento totale di tutto il museo, uno sbiancamento di pareti e architetture, compreso le sezioni e il bookshop, dispiegato all’entrata con un look poverista, casse con scritte timbrate (come nel più recente trendissimo locale del Pigneto), e nel rimescolamento, a sorpresa, di tutto nel tutto (con l’aggiunta di una mostra di contemporanei fuori collezione sempre accostati ai precedenti) e nessun percorso.

Statue classiche con divisionismo, futuristi e Burri, e via così… tanto d’impatto che poi però non li ricordi più, a parte la grande sala, certamente riuscita, dove “Il grande Ercole” di Canova si riflette nel mare di Pascali, sullo sfondo delle spine di Penone. Per quanto tempo abbiamo desiderato le contaminazioni, gli accostamenti, le sfide di questo genere? Eppure appare forzato questo terremoto di un ‘tempo’ che dovrebbe girare su se stesso, ma poi volta le spalle al passato, come le statue, che mostrano tutte la schiena volgendo lo sguardo ai dipinti che verranno.

I numeri sinora: per la mostra 100 mila euro e 400 mila per il recupero dell’edificio e le conseguenze: le dimissioni di tre su quattro dei componenti del comitato scientifico del museo. Tra le motivazioni: “L’attuale allestimento è più simile a una Biennale che non a un museo” (Fabio Benzi al ministro Franceschini).

Parole cattive e processi si sono già sviluppati sul Web, dove i più arrabbiati sembrano essere gli storici, un dibattito che somiglia al referendum del Sì e del No: ma è anche vero che la mostra tanto temporanea non è (circa due anni) e a Roma esistono il Macro e il Maxxi indicati a svolgere questa funzione ribaltatrice e ‘anarchica’. Non ho alcun rancore, anzi spero il meglio per Roma e la neodirettrice ma, come molti, ho passato il tempo della mia visita con il terrore di non ritrovare alcune opere, che infatti non ci sono più. Sono nei magazzini di quest’immensa Galleria Nazionale. Ai delusi non resta che aspettare un nuovo giro di vento e di ‘tempo’.

 

 | Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2016