(di Debora Tosato*) La riforma in atto sta scardinando profondamente il funzionamento delle soprintendenze, un tempo considerate gli organi periferici d’eccellenza del “vecchio” Ministero dei beni culturali.

Si tratta di un sistema di articolazione complessa, ora destinato a evolversi attraverso processi irreversibili di mutamento, formalizzati secondo nuove normative e procedure spesso recepite solo parzialmente.

Spiegare ai cittadini con parole semplici cosa significa e comporta questo cambiamento risulta davvero problematico. Generalmente apprendono notizie falsate e frammentarie dagli organi d’informazione: i musei e le aree archeologiche sono diventati ostaggio di custodi indisciplinati e lavativi che fanno sciopero e causano la chiusura e le code interminabili dei turisti al Colosseo o a Pompei; il direttore di un museo indipendente lavora tantissimo, soprattutto di notte; gli ingressi ai musei sono cresciuti notevolmente in seguito alla riforma Franceschini; i direttori manager stranieri sono la soluzione ottimale per risollevare l’azienda turistica italiana; le soprintendenze grigie e burocratiche dovevano essere rinnovate per far girare l’economia, portando nuova ricchezza al paese.

Le soprintendenze hanno qualche responsabilità in questo processo? Nell’immaginario collettivo lo storico dell’arte è quel signore brillante col ciuffo indisciplinato, che parla ai programmi televisivi, ha eloquio e capacità comunicativa, scrive libri e dice qualche parolaccia. Eppure gli italiani conoscono poco il lavoro dei funzionari storici dell’arte delle soprintendenze, spesso dotati di preparazione e professionalità pari a quella del signore in questione. Forse sanno ancora meno del lavoro di architetti e archeologi.

Dove risiedono le mancanze degli addetti ai lavori? Di certo appaiono noiosi e privi di senso dell’umorismo.

Spesso in materia di beni culturali usano una terminologia poco comprensibile ai “comuni mortali”: vincolo, dichiarazione d’interesse culturale, manutenzione, piano paesaggistico, tutela, missione, eccetera. Possiamo aggiungere anche il vocabolario sindacale altrettanto specialistico: delegazione trattante, informazione preventiva, tavolo, punto di rottura, stato di agitazione, eccetera.

Si tratta di parole che hanno un valore semantico precipuo, a identificare attività specifiche, lavori complessi, professionalità chiaramente definite da compiti che implicano responsabilità.

Il cittadino italiano medio forse non conosce ancora al meglio la materia, o magari non ha tutti gli elementi utili per costruirsi un’opinione chiara in tema.

Coloro che parlano per slogan e martellano con la comunicazione mediatica risultano spesso vincenti, a scapito di quelli che continuano, nonostante tutto, a fare il proprio lavoro in condizioni precarie e con poca visibilità.

Se fossimo chiamati a illustrare a una platea generale cosa sta accadendo agli uffici dello stato nell’era della riforma, come spiegheremmo la creazione dei nuovi istituti denominati “soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio”? Con l’esempio delle squadre di calcio, materia di conoscenza basilare del popolo italiano.

Prendiamo, ad esempio, la Juventus di Giovanni Trapattoni con marcatura a uomo, il Milan di Arrigo Sacchi con marcatura a zona, e il Foggia di Zdenek Zeman con diversa marcatura a zona. Immaginiamo che le prime due squadre debbano accorparsi in una sola, diretta da un nuovo allenatore. L’allenatore dovrà applicare un unico modulo di gioco, oppure scegliere uno dei precedenti valorizzando le qualità dei suoi uomini, in maniera tale da creare una squadra omogenea e vincente. I calciatori, inizialmente, faranno fatica perché abituati ai vecchi schemi, e continueranno ad applicare i medesimi se l’allenatore non darà chiare direttive e non farà lavoro di spogliatoio per creare unità e gruppo.

Chiameremo, per semplificare, Juvelan la nuova squadra così costituita. Il Foggia di Zeman, invece, sarà smembrato in tre parti: 4 + 4 + 3, destinati a rinforzare squadre diverse. Gli ultimi tre calciatori, a loro volta abituati a determinati moduli di gioco, confluiranno nella Juvelan e dovranno adattarsi e recepire le novità, mentre i restanti saranno inviati ad altre squadre. Il Foggia, a questo punto, non esisterà più come squadra e i suoi calciatori perderanno identità e appartenenza. I calciatori della Juvelan dovrebbero avere, nel frattempo, metabolizzato questo stesso processo di cambiamento, diventando una vera squadra funzionante, pronta ad accogliere i nuovi colleghi.

Il compito più importante è quello rivestito dall’allenatore, tenuto a impegnarsi a livello motivazionale e collettivo, individuando obiettivi comuni, preparazione atletica e schemi di gioco che uniscano i calciatori e li facciano sentire attaccati alla stessa maglia.

E’ fantacalcio? Qualcosa di simile sta accadendo nelle soprintendenze. Prima è avvenuto l’accorpamento tra le ex soprintendenze dei beni artistici e storici con le soprintendenze dei beni ambientali e architettonici. Ora questa nuova soprintendenza unitaria sta accorpando una parte della ex soprintendenza archeologica, un tempo unica per ogni regione, e ora smembrata di personale, distribuito a volte arbitrariamente – senza criteri chiari e condivisi – in territori comprensivi di più province.

Il caos e il disagio conseguenti spesso ricadono sui dipendenti e sul lavoro di tutela fino ad ora svolto sul territorio dalle soprintendenze: tale lavoro dovrà necessariamente avere nuove modalità di gestione, attuazione, controllo e coordinamento, affatto scontate.

In questa situazione di grave tracollo, si assiste – talvolta – a processi di radicalizzazione che creano freddezze, fratture e scontri. Poiché si tratta di processi imposti dall’alto, alcuni si sentono legittimati a esercitare atti di forza e potere; altri più fragili si arroccano sulle proprie posizioni, poiché temono un ridimensionamento o uno smantellamento del proprio ruolo, percependolo come pericolo irreversibile.

Chi lavora quotidianamente in questi uffici – archeologi, architetti e storici dell’arte nelle varie qualifiche e declinazioni – sta attraversando un periodo di grave difficoltà, e avrebbe bisogno di sicurezza e forte coesione, come accade alle persone che sopravvivono al terremoto e si ritrovano a condividere il lutto, il dramma e la vita quotidiana.

Bisogna ricominciare a parlarsi e a confrontarsi senza pregiudiziali, seduti a un tavolo, per individuare obiettivi comuni da perseguire insieme. Diversamente, gli organi di tutela dello stato sono destinati a fallire.

 

 

*Dipendente Mibact, fa parte del coordinamento regionale della CGIL FP del Mibact del Veneto