(di Sergio Rizzo) La fiducia incrollabile, che uno con la sua responsabilità deve sempre avere, fa prevedere a Claudio Parisi Presicce l’apertura certa del cantiere per la fine di ottobre. Incrociamo le dita insieme al Soprintendente del Campidoglio ai Beni culturali. Intanto, però, i giorni passano e quella data si avvicina a grandi passi.

Il pericolo è quello di perdere per colpa della burocrazia sei milioni di finanziamento privato destinati a restaurare il mausoleo di Augusto, la tomba antica più grande dell’umanità dopo le piramidi, edificata nel 28 avanti Cristo per accogliere le spoglie del fondatore dell’Impero romano. Dettagli che ne fanno uno dei luoghi monumentali più importanti del mondo occidentale, in pieno centro di Roma: fra via del Corso e l’Ara Pacis. Peccato che sia chiuso da otto anni, circondato da una rete metallica e assediato dai capolinea dei bus, in una situazione di degrado inaccettabile.

In nessun altro Paese al mondo un tale tesoro archeologico nel cuore della capitale subirebbe un simile destino. Ma qui, è la cantilena che si sente ripetere, non ci sono i soldi… Verissimo. Il Comune di Roma, proprietario del monumento, riusciva a spendere 42 milioni l’anno per affittare a prezzi scandalosi dai palazzinari i residence dove collocare famiglie che si presumevano bisognose, e non ha mai trovato quei pochi milioni necessari a restaurare un bene così prezioso. Denari che peraltro sarebbero anche tornati indietro con gli interessi, grazie ai turisti.

Finché un giorno i soldi saltano finalmente fuori. Lo scorso anno la Fondazione Telecom Italia, ora Tim, mette sul piatto un assegno con molti zeri. Sei milioni di euro. La Soprintendenza tira un respiro di sollievo. Quei sei milioni arrivano come una manna dal cielo. Si sommano infatti ai quattro già faticosamente reperiti dallo Stato e dal Comune, che dovrebbero servire a cominciare i lavori dopo il disastro del 19 agosto 2014.

Quel giorno succede che il sito archeologico viene eccezionalmente aperto al pubblico in occasione del bimillenario della morte di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto: ma finisce sott’acqua perché scoppia una conduttura dell’Acea. La figuraccia cosmica impone finalmente di intervenire per far cessare lo scandalo. I soldi però sono pochini: giusto per cominciare, tenendo conto che oltre al mausoleo va sistemata anche la piazza che versa in condizioni indecenti.

Il 15 marzo 2015 Parisi Presicce dice così al Corriere: «Siamo arrivati al punto in cui stiamo partendo. Finalmente i soldi per il primo lotto stanno per essere adoperati per un bando pubblico. Certamente entro la fine di marzo, e nell’arco di un tempo di tre o quattro mesi, si potranno avviare i lavori». Di mesi ne passano invece sei e dei lavori neanche l’ombra. In compenso, ecco i soldi della Fondazione Telecom. Il sindaco di Roma Ignazio Marino è reduce da quel viaggio a Filadelfia che segna l’inizio della fine. La battuta di papa Francesco («Marino non l’ho invitato io…») , le polemiche dei grillini per il costo del viaggio e lui che esibisce l’elenco dei contributi per Roma racimolati grazie anche a quella trasferta.

In cima alla lista, anche se con il viaggio a Filadelfia non c’entrano, ci sono proprio quei sei milioni di Telecom per il restauro del mausoleo di Augusto. Marino di lì a poco lascia il Comune e al suo posto c’è il commissario Francesco Paolo Tronca. I soldi di Telecom invece restano. C’è solo un vincolo: per poterli utilizzare, i lavori devono partire entro il 31 ottobre 2016.

Il bando per il primo lotto, quello a cui sei mesi prima ha fatto riferimento il Soprintendente, è già in moto. Ma i burocrati del Campidoglio si mettono di traverso, contestando il fatto che la gara sia stata bandita con il metodo, sensatissimo, dell’offerta più economicamente conveniente. Sostengono che bisogna procedere invece con il massimo ribasso. A nulla serve che il Parlamento abbia appena approvato la legge delega sul nuovo codice degli appalti, che decreta la morte del massimo ribasso, il cancro dei lavori pubblici made in Italy, a favore proprio delle offerte più economicamente convenienti. Non sentono ragioni.

Si deve quindi rifare il bando e come prevedibile il Comune è sommerso dalle offerte anomale: per l’esattezza, 25. Vanno esaminate, per poi venire escluse, una a una. Passano mesi e quando si arriva alla fine e si aggiudica la gara, c’è ancora da far trascorrere il tempo per gli eventuali (e purtroppo soliti) ricorsi al Tar. Alla scadenza del 31 ottobre manca soltanto un mese. E chi si domanda come mai Roma è ridotta in questo stato, ha la risposta.

(articolo tratto da Il Corriere della Sera)