(di Tomaso Montanari) La grottesca vicenda dell’addio al celibato a Palazzo Pitti spacciato per un evento aziendale solleva due problemi. Il primo ha a che fare con il dovere della trasparenza: i cittadini hanno il diritto di sapere a chi vengono affittati i loro monumenti. E invece l’arrampicata sugli specchi di Eike Schmidt (per cui si sarebbe trattato di un evento aziendale con brindisi al matrimonio del padrone, che per caso avveniva il giorno dopo) fa seguito a un goffo tentativo di depistaggio (una prima nota degli Uffizi aveva provato a dire che si trattava di una ‘normale’ cena aziendale): la verità è venuta fuori solo grazie al caso che mi ha portato venerdì mattina a camminare a Boboli, e alla tenacia dei cronisti di Repubblica, che hanno intervistato gli invitati, i quali dichiaravano di partecipare ad una festa prematrimoniale. Alla fine, messo di fronte all’evidenza, il direttore scelto da Franceschini ha detto che andrà in fondo alla vicenda, e cercherà di capire (a posteriori!) a chi ha affittato Palazzo Pitti. Siamo seri: qualunque amministratore delegato gestisse così la sua impresa, sarebbe invitato dalla proprietà ad andarsene. Il che è tanto più vero se si ricorda che Schmidt prende uno stipendio quattro volte superiore a chi lo ha preceduto. Il secondo è ancora più grave: siamo con ogni evidenza di fronte ad una ulteriore accelerazione della privatizzazione, ad un salto di scala. Se ci si chiede che differenza c’è tra il monumento affittato all’evento aziendale (che io giudico comunque esecrabile) e l’addio al celibato, la risposta ha a che fare con il cuore del progetto costituzionale sull’eguaglianza dei cittadini. Perché non tutti siamo imprenditori, ma in ogni famiglia ci sono matrimoni, nascite, compleanni. E a questo punto il confronto tra ricchi e poveri si fa diretto: perché è abissale la diseguaglianza tra chi può fare l’addio al celibato in trattoria o a Palazzo Pitti, il compleanno del figlio a casa propria o agli Uffizi, la festa di fidanzamento nel giardino degli zii o a Boboli. Chi insegna storia dell’arte fa un’enorme fatica a spiegare che non ci occupiamo dei gingilli dei ricchi, ma di un patrimonio comune, di una ricchezza culturale che appartiene anche a chi non ha nulla. Ebbene, la scelta di Schmidt cancella in un colpo anni di sforzi didattici: perché rende plasticamente chiaro che il patrimonio storico artistico non appartiene alla nazione (come vuole la Costituzione), ma ai ricchi che possono noleggiarlo per le loro festicciole private. Feste che per ora vengono travestite da eventi aziendali: ma fino a quando? Quando, ieri, il Gr1 gli ha chiesto cosa pensasse dei ragazzi che avrebbero ‘privatizzato’ la scala di Trinità dei Monti a Roma versandoci una birra, Salvatore Settis ha risposto che riesce a capire quei ragazzi, ma non riesce invece a capire la direzione degli Uffizi che affitta Pitti per una festa prematrimoniale. Questa sì che è privatizzazione.

da La Repubblica del 25.09.2016