Undici anni di odissea burocratica per due archeologhe. «Basta»
Mariolina Gamba, direttrice del museo Archeologico di Altino e di quello di Villa Pisani, e Giovanna Gambacurta (Este) si dimettono. La loro paga è quella del custode.

PADOVA Hai una laurea in archeologia, hai lavorato a contratto per sei anni con l’Università, da dieci anni sei integrata al Ministero dei Beni culturali fino a diventare direttrice di un museo archeologico nazionale e vuoi mantenere quel posto prestigioso? Beh, ti pago come un custode di quello stesso museo, 1300 euro al mese. Strano destino quello delle direttrici dei due più importanti musei archeologici del Veneto, quello nazionale Atestino a quello di Altino: costrette a rinunciare per manifesta sperequazione economica. Giovanna Gambacurta ha dovuto abbandonare Este, Mariolina Gamba lascia non una ma due direzioni: quella di Altino e quella di Villa Pisani a Stra. Due vuoti improvvisi figli di una cabala amministrativa che, una volta di più, apre uno squarcio sui meccanismi perversi della burocrazia. O meglio sull’intrico di norme, leggi e leggine che sono il nutrimento quotidiano della burocrazia.
Il peccato originale di Gamba e Gambacurta è di essere due archeologhe insegnanti, entrano nel mondo del lavoro come prof di scuola superiore, dipendenti del Ministero della Pubblica Istruzione. Ma sono archeologhe e quello vogliono fare. Chiedono quindi, come consente la legge, il «comando» per lavorare nelle Soprintendenze, cioè sotto il Ministero dei Beni culturali. La legge lo consente, la scuola dice sì, il Mibac che sostiene di essere sempre sotto organico, è felice. Il «comando» dev’essere però rinnovato ogni anno e implica che si resti dipendenti del ministero di provenienza, quindi con lo stipendio da prof. Che tra l’altro, a quel tempo e in quella fascia, è leggermente più alto di quello dei dipendenti Mibac. Siamo nel 2005, e le due archeologhe, felici, fanno la archeologhe: si occupano del territorio, coordinano scavi, ricerche, organizzazione. Già da quattro anni una legge (la 165 del 2001) assennata negli intenti si occupa della mobilità intercompartimentale, cioè dei passaggi dei dipendenti pubblici da un’amministrazione all’altra. Intento lodevole: ci sono ministeri gonfi di personale magari inutile e altri sotto organico, province superdotate e cancellerie semideserte. Si prova a razionalizzare, per farlo serve una «ta- bella di equiparazione fra i livelli di inquadramento previsti dai contratti collettivi relativi ai diversi comparti di contrattazione». Bisogna capire a che livello corrisponde nel nuovo ente quello di provenienza. La tabella dev’essere predisposta dal ministero della Funzione pubblica. Che semplicemente non la fa.
Per anni e anni, sotto governi diversi, da Amato, a Berlusconi, a Prodi, a Monti e Letta gli alacri funzionari della Funzione pubblica se ne dimenticano. Così la mobilità dei dipendenti pubblici resta nel limbo. Esistono altre strade, per passare da un ente all’altro. Il «comando», appunto, e la «stabilizzazione». Il «comando» dà luogo ad una situazione precaria, ogni anno non si sa se verrà rinnovato, non è ben visto dai sindacati perché spesso dà luogo a favoritismi, pateracchi, diventa lo strumento per imboscamenti e privilegi. Non nel caso delle nostre due archeologhe, accettate dai colleghi della Soprintendenza e anzi coccolate dal Mibac che già un anno dopo il loro arrivo vuole «stabilizzarle». Sembra fatta, ma nel 2006 una settimana prima che ciò avvenga, la Corte dei Conti stabilisce che l’assegno di adeguamento necessario per equiparare lo stipendio di arrivo a quello di partenza è illegittimo. Tutto perché mancano le famose tabelle. Il Mibac, in autotutela, ritira la «stabilizzazione». Peraltro si tratta di cifre modeste, poco più di 100 euro al mese. Ma tant’è, l’ingranaggio normativo si è bloccato. Si continua con il «comando», mentre Giovanna Gambacurta arriva a diventare soprintendente vicario a Padova e poi direttrice dell’archeologico di Adria e poi dell’Atestino; e mentre Mariolina Gamba lavora a Vicenza e mette a posto il criptoportico romano, il museo, guida gli scavi sull’area della nascitura nuova base americana al Dal Molin, si occupa di mostre e didattica. Ma è un lavoro sulle sabbie mobili amministrative.
Con il ministro Dario Franceschini ai Beni culturali (ora Mibact) si comincia a parlare di riforma organizzativa di tutto il ministero, quindi delle Soprintendenza, quindi dei musei. Che sia la volta buona? Intanto alla Funzione pubblica arriva Marianna Madia, che con la circolare numero 1 del 2015 abolisce l’istituto del «comando», ma scrive anche: «le procedure di mobilità sono finalizzate a garantire la continuità dei rapporti di lavoro del personale interessato e a valorizzare la professionalità acquisita favorendo la ricollocazione in relazione alle competenze ed alle precedenti esperienze». Gamba e Gambacurta, che tra l’altro ogni anno hanno fatto domanda di stabilizzazione (ignorata), sono spiazzate. Restano al loro posto, anzi a Gamba viene affidata anche Villa Pisani, in proroga e in deroga, mentre Ugo Soragni, prima alla direzione regionale veneta e poi diventato direttore generale del Mibact, fa un «interpello» per mettere a posto situazioni come queste, in tutto un centinaio in Italia. Finalmente, la Funzione pubblica si sveglia e a settembre 2015 pubblica le famose tabelle di equiparazione tra i livelli dei dipendenti di enti pubblici. Ma lascia fuori la scuola. Il Mibact potrebbe predisporre un’equiparazione in proprio (come l’Inps) ma non lo fa. La mobilità (dopo undici anni…) diventa volontaria, il che significa: se non c’è la previsione delle tabelle, accetti quello che ti offrono. Il Mibact offre un inquadramento che corrisponde, come si è detto, ad un neo assunto della scuola, area terza F1, e addio all’anzianità, alla qualifica raggiunta, stipendio a 1300 euro netti al mese che vuol dire più o meno ventimila lordi. Inaccettabile. Mettici le spese di benzina (non pagate) e altri ammennicoli della nuova riforma, ti restano in tasca mille euro. «E con mille euro non si può vivere», dice Mariolina Gamba, due volte direttrice. Così le due archeologhe gettano la spugna, una spugna intrisa di aceto amaro.
Peccato che nello stesso tempo il Mibact bandisce un concorso per coprire altri nove musei in Italia, equivalenti o «inferiori« ai nostri archeologici del Veneto, offrendo uno stipendio lordo di 78 mila euro. Peccato che le retribuzioni dei livelli apicali, compresa la «seconda fascia» che comprende soprintendenti e direttori di musei, di archivi eccetera vada dai 150 mila e passa euro l’anno ad una media di quasi 90 mila. Peccato che il ministro Dario Franceschini, in una lettera ai suoi dipendenti letta alla Camera l’8 aprile 2015, scriva: «nessun taglio alla spesa per le funzioni del Ministero, (…) prime deroghe ai vincoli assunzionali, maggiore investimento in formazione»….
E’ vero: l’odissea delle due archeologhe ex direttrici è un caso unico in Italia, pare che siano in quattro ad esser stati presi tra l’incudine e il martello. Mariolina Gamba avrà una cattedra al liceo scientifico Fermi di Padova, ad insegnare italiano, latino e storia, lei che ha portato a compimento il rinnovamento di quel gioiello che è il museo di Altino. Anche per Giovanna Gambacurta c’è una cattedra al Fermi, ma intanto lei ha vinto un concorso per un insegnamento di etruscologia a Ca’ Foscari, ma chissà quando comincerà. I due musei, anzi tre, rimasti senza direzione ricadono sotto la competenza del Polo museale del Veneto: che, a quanto pare, non sa cosa fare. Magari bandiranno un concorso, con stipendio di 78 mila euro l’anno. Solo l’ultimo dei paradossi.

Paolo Coltro

Corriere del Veneto – 11 Sep 2016