Materiale didattico fatiscente, contenuti non aggiornati, cavi elettrici in vista. E 600 mila euro spesi per una sala mai messa in funzione

L’ennesimo caso di patrimonio all’italiana? Viene dalla provincia di Crotone, lì dove il promontorio di Capo Colonna regala paesaggi straordinari.

Dove c’è un’area archeologica che continua ad essere fruibile con difficoltà ed un museo archeologico che è un “involucro” inadeguato alla grandiosità dei materiali che conserva.

“Un Museo non può essere solo un bel contenitore di reperti, ma deve poter offrire servizi ai suoi visitatori, da quelli multimediali a quelli didattici e quindi creare anche un indotto economico”. Le parole di Francesco Prosperetti, dal 2009 direttore per i Beni culturali e paesaggistici della Calabria, pronunciate nel luglio 2012, regalavano grandi speranze a Capo Colonna.

Speranze deluse e pagate a caro prezzo. Un po’ come era accaduto per l’ampliamento del Museo archeologico di Reggio Calabria, operazione dall’iter incerto, a partire dall’annullamento del bando iniziale nel 2013. Non diversamente da come accade al Parco archeologico di Sibari, ancora chiuso al pubblico nonostante la realizzazione di importanti lavori strutturali. In entrambi i casi sotto la supervisione di Prosperetti, l’architetto scelto nel febbraio 2015 dal ministro Franceschini per occupare l’ambito posto di Soprintendente ai Beni archeologici di Roma. Ma intanto, mentre Prosperetti pensa di realizzare sul Palatino, negli spazi dell’Antiquarium, “il ristorante più suggestivo del pianeta”, nel Museo di Capo Colonna si fa fatica a rintracciare i necessari servizi.

Fatiscenti alcuni apparati didattici, a partire dai pannelli, e non aggiornati i contenuti dell’esposizione. Senza manutenzione l’impianto di illuminazione. Senza contare l’assenza di segnaletica adeguata all’esterno. Quanto alla promessa innovazione, c’è. È la sala multimediale che si trova vicino alla biglietteria. L’Accordo Quadro del 2006, nel quale era inserito l’intervento SPA 24 “Allestimento della sezione multimediale dedicata all’archeologia sottomarina”, le destinava 600.000 euro. Spesi nel 2012. Peccato che “la costosissima insonorizzazione, il ‘prezioso’ schermo curvo di grande formato e gli strumenti avveniristici di cui è stata dotata per rispondere alla neo-vocazione subacquea, non siano mai stati messi in funzione”, come hanno denunciato già un anno fa Linda Monte, dell’associazione “Gettini di Vitalba”, Vincenzo Mungari, dell’associazione “Sette Soli” e Maria Teresa Siniscalchi, del Comitato “Salviamo Capo Colonna”. E dire che l’operazione era stata supportata da una struttura organizzativa grandiosa, presieduta dal Polo per l’innovazione dei beni culturali, con un’associazione temporanea di scopo composta dal Centro nazionale di ricerca, due università e 31 imprese.

“Nonostante l’avvenuta consegna dei macchinari, nessuno di questi è stato montato né è finora entrato in funzione. Le potenzialità della sala multimediale sono tali che continuare a ignorarne l’esistenza appare delittuoso”, concludono la Monte, Mungari e Siniscalchi. Così potrebbe risultare quasi superfluo rilevare altre criticità della struttura. Come l’inadeguata sistemazione di cavi elettrici presso la postazione del personale addetto all’accoglienza, oppure l’uso improprio come laboratorio di restauro e deposito temporaneo di reperti di un vano esposto a rischio di effrazione. Un disastro, insomma, nonostante gli importanti reperti conservati al suo interno. A maggio è stato assegnato circa un milione di euro al museo per “miglioramento della fruizione e riqualificazione energetica”. Ma la sensazione è che a mancare non siano le risorse, ma la programmazione.

Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2016