Esattamente venti anni fa, il 27 agosto del 1986, moriva Antonio Cederna. Ma la sua voce – la voce di colui che per decenni è stato il più lucido, coraggioso, efficace difensore del territorio, dell’ambiente e del patrimonio culturale degli italiani – è oggi più viva che mai.

E oggi – grazie a Giulio Cederna, Antonio Natale, Maria Naccarato e Rita Paris – possiamo udirla ancora meglio attraverso lo splendido sito Paesaggi di Antonio Cederna.

Questo anniversario non poteva cadere in una giornata più simbolica: una giornata di lutto nazionale per i morti dell’ennesimo terremoto italiano. Una giornata di lacrime di coccodrillo da parte di una classe dirigente e di una classe politica che quei morti avrebbero potuto evitarli. E allora il modo migliore per onorare e ringraziare Cederna è rileggere un suo articolo pubblicato sul «Corriere della sera» nel novembre del 1980, all’indomani del terremoto dell’Irpinia (lo si trova in pdf sul sito che ho appena citato).

Un articolo che, dopo trentasei anni, è in alcuni passaggi sconvolgentemente attuale:
L’abusivismo e il disprezzo delle norme hanno ingigantito gli effetti del sisma.

di Antonio Cederna, «Corriere della sera», 25 novembre 1980

Che fossero zone sismiche lo si sapeva da un pezzo, anche in seguito agli studi condotti dal Consiglio Nazionale delle Ricerche: ma da noi la ricerca pura tale rimane, e non viene di regola mai applicata, ovvero, come dicono, “trasferita” alla realtà del Paese. Il problema immediato sarà quello di vedere se sono stati presi in considerazione i sintomi premonitori, se sono state prese le precauzioni necessarie: e di vedere se, nell’edificazione selvaggia degli ultimi decenni sono state osservate le norme antisismiche dettate dalle leggi. Non c’è da farci troppo conto, anche perché si sa qual è la situazione edilizia e urbanistica italiana, e nel Mezzogiorno in particolare, lo scarso rispetto per leggi e regolamenti, la renitenza dei Comuni a dotarsi di ragionevoli piani regolatori, l’abusivismo dilagante.

Da indagini recenti risulta che su duemila e passa Comuni, solo 159 hanno un piano regolatore e che oltre il 40 per cento di quanto si costruisce è abusivo.

In queste condizioni si può dire solo una cosa: e cioè che il rifiuto ormai trentennale di ogni seria pianificazione del territorio ha portato allo sfacelo del medesimo, e che questo sfacelo ha reso, rende e renderà sempre più catastrofiche le conseguenze dei terremoti e delle altre calamità.

E infatti cosa può fare un Paese come il nostro per contenere gli effetti di terremoti e alluvioni e risanare fisicamente il territorio, se per la ricerca a fini ambientali si spende lo 0,5 per cento del prodotto lordo nazionale, se per la difesa del suolo spendiamo mille volte meno di quello che si spende negli Stati Uniti se per condurre a termine la carta geologica in scala uno a cinquantamila occorreranno seicento anni, se i geologi di Stato a tempo pieno sono solo sette, uno ogni otto milioni di abitanti, mentre nel Ghana ce n’è uno ogni 70.000 e in Turchia ce ne sono in tutto 1.800? Se l’unica legge che prescrive l’impiego del geologo è quella sull’ampliamento dei cimiteri, e se le stesse leggi per le zone sismiche prevedono l’impiego non di geologi ma di misteriose «persone di riconosciuta competenza in materia»?

Succede coi terremoti quello che succede con le alluvioni, grazie al cronico rifiuto di ogni programmazione e intervento preventivi. Morte e distruzione, nella loro tremenda entità, si devono alle case costruite sui pendii friabili, alle industrie costruite nelle golene dei fiumi, agli alberghi costruiti sul tracciato di antiche valanghe, a strade costruite sopra terreni di riporto, alle bonifiche insensate di zone umide, che sono lo sfogo naturale dei corsi d’acqua, al prelievo rapinoso di materiali dai fiumi, con sconvolgimento del loro alveo, della loro portata e conseguente erosione delle coste.

Il terremoto è dunque un aspetto di quell’autentico sisma permanente che è il saccheggio generalizzato del territorio e delle sue risorse; e l’espressione di circostanza sulla faccia dei ministri e sottosegretari che visitano le zone disastrate nasconde un’antica colpa: quella di non aver mai portato in porto i provvedimenti indispensabili a ridare un minimo di sicurezza fisica al Paese.

Dov’è finita la legge per la difesa del suolo (il cui dissesto ci costa circa duemila miliardi l’anno)? E la legge per regolare la rapina dei corsi d’acqua, quella per i parchi e le altre zone naturali da proteggere, quella contro l’abusivismo, quella per i beni culturali, e quella, tutta da rifare, contro l’inquinamento atmosferico? (A proposito della quale c’è da osservare che le scosse di terremoto a Roma di due anni fa avrebbero fatto meno danni ai monumenti antichi se questi non fossero già stati corrosi dall’inquinamento dell’aria).

Il disprezzo per il territorio, per il suolo, per l’ambiente naturale è un vizio che risale molto indietro nella nostra cultura, oltre che essere una precisa responsabilità politica: purtroppo ci vogliono le catastrofi perché ci se ne renda conto appieno, salvo poi dimenticarsene in seguito.

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