Il patrimonio culturale dopo la riforma Franceschini: «nave senza nocchiero, in gran tempesta»

Mentre anche la stampa estera rilancia le critiche sulla situazione dei 20 supermusei creati con la prima fase della Riforma Franceschini, la seconda fase si sta attuando nella più totale disorganizzazione.

Perdura, a distanza di oltre un anno, l’incertezza sulla distribuzione del personale alle varie sedi di nuova creazione, musei autonomi e poli museali, e nelle Soprintendenze miste, episodio, non ultimo, del vero e proprio disprezzo mostrato nei confronti di chi, funzionari e personale tutto, in condizioni sempre più difficili, ha continuato a garantire le funzioni di tutela e la fruizione del patrimonio. Allo stesso modo, del tutto ignote sono le sorti di biblioteche, laboratori, archivi e depositi delle ex Soprintendenze archeologiche ora cancellate, con grave rischio per l’efficacia dell’attività degli organi sul territorio.

Invece del favoleggiato rilancio del sistema in termini di maggiore operatività e qualità dei servizi ai cittadini, siamo di fronte, in molti casi, alla paralisi.

“Esemplare”, rispetto all’approssimazione amministrativa con cui si è operato al Ministero, è il caso di Roma.  L’ex Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale e l’area archeologica centrale, smembrata dalla riforma con la sottrazione del Museo Nazionale Romano, del Parco Archeologico dell’Appia Antica e di quello di Ostia e divenuta – nel frattempo – Soprintendenza “olistica”, si trova in uno stato che non esitiamo a definire di caos organizzativo ai limiti del grottesco.

Solo da poche settimane, dopo oltre sei mesi di incertezze, nelle more dell’espletamento del concorso per i nuovi direttori, le sedi del Museo e dei Parchi sono state assegnate con interim a dirigenti interni, in alcuni casi del tutto estranei, per competenze, ai siti loro assegnati (e dopo che – con doppia giravolta – il Museo Nazionale era stato prima escluso e poi reinserito per la seconda volta nel procedimento del concorso internazionale).

La situazione è, se possibile, ulteriormente peggiorata: nessuna certezza sull’assegnazione del personale alle diverse sedi che, peraltro, in molti casi, non sono neppure state identificate fisicamente (del resto, ad oggi, neppure si sa con certezza dove sarà l’ufficio del Soprintendente ai beni culturali di Roma…), né risultano risolti i molti problemi logistici connessi al trasferimento: inevitabili in certa misura, ma certo non imprevedibili, segno ulteriore della totale mancanza di pianificazione con cui è stata gestita, dalla dirigenza tutta, questa fase delicatissima su cui si sta giocando il futuro di una delle Soprintendenze più importanti d’Italia per fondi e patrimonio, e punto di riferimento dell’archeologia classica a livello internazionale.

Si giunge al paradosso di funzionari che devono rispondere, nell’espletamento delle loro attività, a ben quattro differenti dirigenti. Sulle spalle dei funzionari, more solito, stanno ricadendo le molteplici aporie di una riforma calata dall’alto, senza alcun confronto con chi avrebbe dovuto attuarla e senza alcuna conoscenza della realtà delle cose. Una riforma elefantiaca e burocratica, che dimostra, ogni giorno che passa, la sua debolezza sul piano di un preteso “snellimento” del sistema.

Emergenza cultura denuncia la gravità di una situazione dovuta alla completa mancanza di programmazione e richiede, ancora una volta, una verifica dei meccanismi di applicazione della riforma immediata e trasparente: un gesto, finalmente, di elementare buon senso.

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Di seguito il lancio Ansa del comunicato: 

Musei: a un anno da riforma operatori preoccupati

“Rischio paralisi”. Il 30/8 sindacati incontrano Franceschini

(di Silvia Lambertucci) (ANSA) – ROMA, 23 AGO – A Taranto il Marta, meraviglioso museo archeologico inaugurato a luglio dal premier Matteo Renzi, rischia già di chiudere per mancanza di personale. A Roma il museo dell’Appia Antica appena varato e reso autonomo, potrebbe rimanere una scatola vuota. A Napoli il nuovo Parco dei Campi Flegrei è senza personale. A un anno dal suo avvio, deve fare i conti con caos burocratico e mancanza di personale, la riforma dei beni culturali di Franceschini. Con sindacati e operatori che denunciano situazioni sempre più difficili da gestire nelle soprintendenze svuotate dai musei, ma anche nei nuovi istituti autonomi che in diversi casi non si e’ ancora riusciti ad organizzare a dovere.

“Altro che rilancio, è la paralisi”, scrive il blog di Emergenza Cultura, che punta il dito sulla “completa mancanza di pianificazione” e torna chiedere al Franceschini “una verifica dei meccanismi di applicazione della riforma immediata e trasparente”. I sindacati condividono la preoccupazione. “Con l’amministrazione abbiamo avuto in questi mesi un ottimo confronto, ma il caos è evidente – allarga le braccia Claudio Meloni, coordinatore Cgil del Collegio Romano – Il Mibact ha dovuto incassare due trasformazioni nel giro di pochi mesi. Una ridefinizione complessa alla quale si sono aggiunti gli ultimi 10 musei autonomi”. Il risultato, racconta il sindacalista, è la stasi di molti uffici anche per i problemi con la contabilità (“con l’istituzione dei musei autonomi sono aumentati i centri di spesa, ma il ministero non ha abbastanza personale esperto in questo campo”) e per la necessità di ridistribuire il personale (“le procedure di mobilità sono ancora in corso”). E nei musei, autonomi o no, mancano spesso le figure professionali necessarie per farli funzionare. In Puglia la Cgil locale denuncia il caso del Marta, confermato da una circolare della direttrice: mancano tra l’altro 6 funzionari archeologi e 8 figure per accoglienza e vigilanza. Poi c’è la protesta dei dipendenti del polo museale , sempre per la carenza di addetti, e il caso simbolo di Canne della Battaglia, chiuso a Ferragosto. Non va meglio a Firenze, dove è la direttrice del Bargello a lanciare il sos per l’organico “sotto al 50%”, mentre i dipendenti della Gam temono l’arrivo di personale esterno assunto con contratti a risparmio. Situazione addirittura amplificata in Veneto, dove per la Cgil, “su 190 dipendenti per la vigilanza necessari, ce ne sono 120”.

“Indipendentemente dal giudizio sulla riforma, il problema e’ che per funzionare deve avere mezzi organizzativi e risorse, altrimenti si rischia di aggravare i problemi che il settore già aveva”, commenta Meloni. Lui ne è convinto, per gestire la nuova situazione “servirebbero investimenti adeguati e assunzioni”. Perché è vero che il bilancio del Mibact con Franceschini è tornato a crescere, “ma con l’1,7 di milioni attuali siamo ancora molto lontani dai livelli del 2001, quando era di 2,8”. Mentre la situazione del personale “rimane drammatica”, nonostante il concorsone da 500 posti avviato a luglio e l’impegno annunciato dal ministro per raddoppiare nel 2017. “Già ora mancano 2.200 lavoratori -contano i sindacati – Ma l’età media è di 55 anni, 58 per i funzionari. Solo con il turn over da qui al 2020 serviranno 5-6 mila persone”. Tant’è. Una delle situazioni più difficili, anche secondo il cartello di associazioni che si riconoscono nel blog di Emergenza Cultura animato da Tomaso Montanari, è a Roma dove la soprintendenza archeologica, tra le più importanti d’Italia per fondi e patrimonio, è stata divisa in quattro, con tre musei autonomi (Appia Antica; Ostia Antica e Museo di Palazzo Massimo) distinti dalla soprintendenza che nel frattempo è diventata ‘olistica’, dovendosi occupare cioè anche di archeologia, architettura e arte. “Un caso esemplare della approssimazione amministrativa con cui si è operato”, denuncia il blog. Secondo cui l’ex soprintendenza ” si trova in un caos amministrativo ai limiti del grottesco”, con “nessuna certezza sull’assegnazione del personale alle diverse sedi”, “problemi logistici”, funzionari “che devono rispondere a quattro diversi dirigenti”. I sindacati su queste preoccupazioni hanno fatto fronte comune. E lanciato un appello per un confronto che Franceschini ha raccolto, l’incontro è previsto il 30 agosto. “Sappiamo che non spetta a noi decidere cosa cambiare e siamo coscienti che non si possono ripristinare le condizioni del passato- conclude Meloni- Noi per primi vogliono che il servizio pubblico funzioni. Ma ci devono essere le condizioni e ci deve essere garantito di lavorare in sicurezza”.