Gentile prof. Tomaso Montanari,

Mi chiamo Francesca Della Ventura, sono storica dell´arte e vivo a Colonia da due anni dove sto svolgendo un dottorato di ricerca. Mi scuso se la disturbo, ma avevo bisogno di condividere con Lei- e quindi con altri miei colleghi-alcune mie valutazioni su quello che é stato un concorso beffa da parte del MiBACT. Le scrivo questa mail conoscendo il Suo impegno, e quello di Emergenza Cultura, nell´ambito dei beni culturali e in difesa di questi ultimi.

Premetto con il dire che non ho partecipato a questo concorso per tre ragioni fondamentali: la prima di carattere pratico – i miei impegni di dottorato in Germania mi hanno tenuta occupata fino al 15 luglio per cui non ho avuto tempo materiale da dedicare allo studio-; la seconda riguarda i titoli, manca poco per terminare la scuola di specializzazione e il dottorato; la terza di carattere etico-morale, ovvero io mi sono sempre rifiutata per principio di partecipare a concorsi beffardi da parte del MiBACT per il semplice motivo che credo di avere una dignitá come studiosa e non voglio che sia calpestata da chi decide le nostre sorti. Non ho partecipato neanche a quello dei 1000 giovani per la cultura, nonostante avrei potuto. La scelta di non partecipare è sempre stata molto personale e puó essere condivisa o meno, ma per coerenza mi sono sentita di fare cosí.

Ero in procinto di concludere il percorso di studi presso la Scuola di Specializzazione in Beni storico- artistici ad Udine, quando ho vinto il dottorato in Germania, e ho deciso di trasferirmi lí. La scelta di partire non è stata facile, non mi ritengo assolutamente un “cervello in fuga”, anzi odio questa espressione perché svaluta le capacitá di tanti colleghi che sono in Italia e che semplicemente non hanno fatto questa scelta. Devo essere sincera, non passa giorno in cui non mi alzi al mattino senza chiedermi se un domani potró tornare in Italia e in tal caso cosa faró. Potró lavorare nei beni culturali? Potró essere una storica dell´arte nel paese in cui mi sono formata – l´Italia ha speso soldi per la mia formazione! -? Potró fare il lavoro per cui ho studiato 5 anni di universitá, 2 di specializzazione e 4 di dottorato? Oppure saró costretta, per fare il lavoro che amo, a vivere sempre all´estero?

Ebbene, dopo quello che ho visto con l´ultimo concorso MiBACT, sono sempre piú certa che, se non cambia il sistema, un paese come l´Italia non potrá darmi futuro. Tralascio la vergognosa richiesta di soli 40 storici dell´arte in tutta Italia, cosí come non mi soffermo sulla parte delle domande sbagliate a cui quasi 20.000 persone sono state costrette a dare altrettante risposte sbagliate. É stato giá scritto molto, da Lei e da altri colleghi, sul livello veramente basso delle domande a cui professionisti del settore hanno dovuto rispondere. Tralascio considerazioni sul livello di inglese altrettanto da “the cat is on the table”.

Scorrendo le graduatorie degli idonei, ho notato che moltissimi di questi sono nati negli anni ´70. Pochissimi fanno parte della generazione post 1985 (la mia), pochi della generazione nata fra il 1980 e 1985, la maggior parte dei miei colleghi idonei sono nati tutti fra il 1970 e 1979, se non prima. Da qui ne é venuta un´amara constatazione: molti di coloro che hanno passato la prima fase rientrano in una generazione di quarantenni senza lavoro, costretti al precariato o volontariato nell´ambito dei beni culturali.

Da italiana mi vergogno sinceramente per il MiBACT e per questo concorso. All´estero una selezione del genere sarebbe impensabile, in primis perché un quiz come quello proposto ai miei colleghi lede la dignitá della persona stessa – e in questo caso parliamo di piú di 19.000 persone. Sono sconvolta, cerco risposte e vorrei abbracciare ad uno ad uno i miei amici, i miei colleghi che vivono in una situazione precaria e non vedono futuro in questo paese. A molti vorrei dire di fuggire via il prima possibile da qui. Non perché all´estero ci sia lavoro garantito (sbaglia chi pensa questo), ma almeno c´è ancora la possibilitá di SPERARE e di combattere per i propri sogni. Come giustamente ha fatto notare una collega archeologa, dovrebbe far riflettere che molti dei 19.000 professionisti super titolati erano tutti lí per partecipare a un concorso nella speranza di veder realizzati i propri sogni e i sacrifici di tanti anni di studio.

A questo concorso hanno partecipato colleghi trentenni, quarantenni, cinquantenni, molti mamme e papá di famiglia. Tutti abbiamo scelto di fare un lavoro per cui lo Stato garantisce la formazione universitaria tramite corsi universitari e post- universitari, pagando e investendo denaro per la nostra formazione. Ma se lo Stato non é piú in grado di dare lavoro in questo settore perché continua ad illudere tenendo aperti questi corsi universitari e post- universitari in Beni Culturali? Perché li tiene in vita se poi la professionalitá dei singoli é decisa da un quiz di 80 domande che il candidato deve avere imparato a memoria e a cui non ha neanche tempo materiale per rispondere? É svilente. Io non ho parole per quello che ci é stato proposto. Si attendeva questo concorso da 10 anni e si é rivelato una farsa giá dal bando.

Ho grandissima stima per tutti coloro che vi hanno partecipato, per quelli che non ce l´hanno fatta, cosí come per quelli che invece andranno avanti. Forse per me se ne parlerá fra 10 anni, quando sará (se sará) il tempo di tornare in Italia.

Molti si chiederanno il motivo di questa lettera. Non c´è alcuna ragione particolare se non lo sconforto di vedere a che punto siamo arrivati. Vuole essere anche un invito, forse utopico, ad unire le forze e a combattere affinché si inizi realmente a investire nella cultura, soprattutto mediante l´assunzione VERA di personale. Scusi ancora per lo sfogo, ma da ricercatrice mi pongo domande e questa volta non so davvero trovare delle risposte che mi soddisfano.

Concludo, con un grande in bocca al lupo a chi ha passato la prima selezione e un ulteriore invito a quei 500 che vinceranno questo concorso di impegnarsi affinché le cose cambino.

Cordiali saluti.

Francesca Della Ventura.