di Debora Tosato*

Le storie a lieto fine esistono? Nell’anno 1981 lo stato italiano acquista da privati un importante palazzo rinascimentale a Venezia, chiuso e lasciato da anni allo stato di degrado. L’edificio è affidato alle cure esperte dei funzionari della soprintendenza competente, che dirigeranno i lavori di restauro per più di vent’anni, accompagnando anche gruppi di visitatori – in determinate occasioni –a visitare le stanze a cantiere aperto. Ultimati i lavori, il palazzo viene allestito e aperto al pubblico con visite guidate a orari fissi, mediante l’apporto di personale qualificato del ministero, spostato appositamente da altri musei statali.

Il Museo di Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa torna a essere un bene pubblico, secondo istanze che raccolgono l’eredità familiare dei Grimani. All’autorevole famiglia del patriziato veneziano appartennero personalità illustri come quelle del doge Antonio (1434-1523), del cardinale Domenico (1461-1523) e del patriarca Giovanni (1500? – 1593), protagonisti nel bene e nel male di vicende politiche, religiose e culturali che legheranno in maniera indissolubile le città di Venezia e Roma.

Il palazzo, di origine medievale, viene trasformato dai Grimani in dimora per le proprie raccolte d’arte: tutte le operazioni di ammodernamento e ampliamento nel corso del Cinquecento saranno mirate a ideare e plasmare volumi architettonici, partiture ornamentali, rivestimenti in marmo e stucco, forme e spazi con l’intento di creare una struttura su misura – unica nel suo genere – pensata per esaltare le ricche collezioni di statuaria antica, di gemme, di libri, di codici miniati, di sculture e dipinti rinascimentali, realizzati da celebri artisti italiani e fiamminghi, come Leonardo da Vinci, Raffaello Sanzio, Tiziano Vecellio e Hieronymus Bosch.

L’amore per il mondo classico in tutte le sue manifestazioni e il gusto per la cultura antiquaria sono i segni tangibili di un pensiero e di un approccio all’universo delle discipline umanistiche del tutto singolare, che guida i Grimani a indagare in maniera “moderna” la filosofia, la scienza, la musica, la mitologia, la pittura, la scultura e l’architettura.

Il palazzo diviene, pertanto, specchio e rifugio di artisti all’avanguardia, chiamati a portare a Venezia le novità della pittura manierista, della tecnica dello stucco, del sapere scientifico, delle scoperte e delle testimonianze archeologiche: un numero impressionante di marmi colorati – trasformati in pavimenti, camini e portali – e di sculture greche e romane trovano alloggio nel cortile, nelle nicchie e nelle mensole disseminate in ogni parte del palazzo, interagendo con gli spazi e le superfici decorate.

Non si può pertanto considerare l’edificio come il contenitore della collezione, in quanto acquisisce struttura e identità in rapporto alle raccolte d’arte e al patrimonio di famiglia: ne è testimonianza esemplare la Tribuna, sala a pianta centrale inventata ex novo come scrigno per l’allestimento di più di centotrenta sculture antiche, tra le quali si evidenzia il Ratto di Ganimede, sospeso nel vuoto e fatto calare dall’alto con spettacolare artificio illusionistico.

La munificenza e lo spirito illuminato spinsero Giovanni Grimani a donare una parte considerevole della propria collezione di sculture alla Serenissima nel 1587, con la clausola che venissero esposte in un ambiente acconcio – individuato nell’antisala della Libreria Marciana – e che detto luogo fosse ristrutturato e allestito in maniera funzionale con nicchie coronate da timpani, cornici e mensole per ospitare al meglio le statue.

Il suo gesto lungimirante salvò parte della raccolta dalle dispersioni ottocentesche, legandole alla città di Venezia e alla cittadinanza stessa, in quanto per suo espresso desiderio furono destinate a essere un museo pubblico, noto come lo Statuario pubblico della Serenissima, tuttora esistente nel rispetto dell’idea originaria, salvo spostamenti di alcuni pezzi dei Grimani nell’attiguo Museo Archeologico Nazionale, istituito nel Novecento.

Sopravvive qualcosa di questa eredità culturale nel 2016? Cosa hanno fatto le istituzioni pubbliche per preservare la memoria dei Grimani, veicolando la conoscenza e la valorizzazione del palazzo e della collezione a beneficio della cittadinanza?

Il museo è stato inaugurato e aperto al pubblico nel 2009, con l’intento di trasmettere valori storici e significati simbolici all’interno di un “sistema museale” che avrebbe dovuto prevedere strategie di comunicazione, didattica e valorizzazione condivise con il Museo Archeologico Nazionale e con lo Statuario Pubblico della Serenissima, pertinente alla Biblioteca Nazionale Marciana: tre enti pubblici del Ministero per i Beni, le Attività Culturali e il Turismo.

All’epoca fu avanzata anche la proposta, mai realizzata, di un biglietto d’ingresso integrato tra le due sedi espositive veneziane.

Il museo conserva ancora il primitivo allestimento, ideato per non essere invasivo e non riempire troppo gli spazi, notevolmente qualificati dalle decorazioni dei soffitti. La scelta mirata di esporre un esiguo numero di opere –  sei sculture originali della collezione Grimani, il trittico con le Visioni dell’Aldilà di Bosch, alcune tele e sculture legate ai temi iconografici delle decorazioni o alla storia della famiglia – non viene generalmente compresa dai visitatori, affascinati dalla bellezza delle sale, ma non adeguatamente supportati da apparati didattici con informazioni e immagini – anche virtuali – che possano illustrare quello che esisteva, quello non esiste più oppure è visibile altrove.

Questa mancanza limita fortemente la ricezione del palazzo come museo, rischiando in tal modo di mortificare le opere, che non riescono a essere “parlanti” e a motivare in maniera compiuta la loro presenza nel percorso di visita.

Fino a oggi il compito di raccontare le vicende storiche e artistiche è stato demandato alla didattica, anche di taglio tematico, tuttavia il personale interno non potrà più garantire una continuità di servizio a museo aperto, anche per problematiche legate alla carenza di organico, tali da pregiudicare l’apertura al pubblico di tutte le sale e la fruizione stessa del museo, che versa in condizioni di grave emergenza.

La ricchezza dei contributi e delle pubblicazioni scientifiche sulle collezioni, sulla famiglia e sulle decorazioni del palazzo aveva nel passato messo in luce l’esigenza di un approccio interdisciplinare, recepito nella scelta di formare un comitato scientifico con gli specialisti di storia dell’arte rinascimentale, di storia del collezionismo, di archeologia, di architettura e materie umanistiche, per un confronto e una sintesi delle varie competenze, affinché fosse redatto un progetto organico e strutturato per strategie e scelte condivise in merito alla direzione scientifica del Museo di Palazzo Grimani.

Il confronto tra le varie professionalità si rendeva più che mai necessario per riflettere e decidere in merito a proposte e quesiti rimasti irrisolti, che riguardavano l’eventuale trasporto e allestimento di altre sculture dal Museo Archeologico Nazionale a Palazzo Grimani, la possibilità di esporre alcune copie o di istituire un museo della cultura classica e manierista del Cinquecento. Era inoltre auspicabile progettare, sul lungo periodo, una mostra di profilo scientifico che potesse riunire nel palazzo di famiglia un considerevole numero di opere della collezione Grimani, attualmente sparse tra musei italiani e stranieri.

Queste scelte non sono state perseguite da coloro che si sono avvicendati nella gestione del museo, pertanto il palazzo ha ospitato numerose mostre temporanee di arte moderna e contemporanea, concerti di musica rinascimentale e barocca, iniziative culturali e conferenze per il pubblico, rimandando tuttavia la sua missione principale: sciogliere le riserve sull’identità, rimasta in sospeso nell’attesa di ottenere un riconoscimento effettivo.

Le difficoltà legate alla carenza di risorse economiche e umane, accentuate dalla riforma ministeriale che ha portato alla creazione dei musei a gestione autonoma contrapposti ai poli museali regionali, stanno mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del Museo di Palazzo Grimani. Negli ultimi tempi si sta discutendo sulla proposta di una sua riconversione a centro culturale da concedere in uso a esterni per molteplici eventi, mostre, concerti, spettacoli e performance: attività a tasso economico che potrebbero diventare prioritarie, snaturando e svilendo la primitiva dimensione pubblica del museo come bene culturale a servizio della cittadinanza. 

* dipendente MiBACT, fa parte del  coordinamento regionale della CGIL del MIBACT  del Veneto.

Informazioni: 

Lo statuario pubblico della Serenissima. Due secoli di collezionismo di antichità 1596-1797, a cura di Irene Favaretto e Giovanna Luisa Ravagnan, catalogo della mostra, Venezia 1997.

Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa. Storia, arte e restauri, a cura di Annalisa Bristot, Verona 2008.

Marcella De Paoli, Irene Favaretto, La Tribuna ritrovata. Uno schizzo inedito di Federico Zuccari con l’“antiquario dell’Ill. patriarca Grimani”, in “Eidola”, 7.2010 (2011), pp. 97-135.

Museo di Palazzo Grimani e ricostruzione virtuale della Tribuna:

https://www.facebook.com/palazzogrimani/?fref=ts

http://www.meravigliedivenezia.it/it/tour-virtuali/tribuna-grimani.html