Libri negati. Il disastro della Biblioteca Universitaria di Pisa, chiusa dopo il sisma dell’Emilia, vittima di una lotta per i lavori di ristrutturazione al ribasso. Mentre preziosi volumi vengono danneggiati da pioggia e festini notturni.

La Biblioteca Universitaria di Pisa non appartiene all’Università, con cui ha in comune solo il nome: dipende invece dal Mibact (per intenderci, dal ministro Franceschini), ma si trova da secoli in un immobile storico la Sapienza un tempo di proprietà demaniale e oggi dell’Università. Di qui una pluridecennale e sorda lotta al ribasso sui lavori da fare, con conseguente degrado anche architettonico.

A causa del terremoto dell’Emilia (verificatosi il 28 maggio del 2012), che avrebbe raggiunto a Pisa solo la Biblioteca un terremoto drone, che non arrecò alcun danno al resto della città, compresa la famosa Torre pendente il Rettore decise che, «per precauzione», l’edificio del palazzo della Sapienza dovesse essere chiuso (lo è tutt’ora) e, grazie al silenzio degli enti locali, progettò di togliere dal medesimo palazzo tutti i libri. Associazioni, società civile e due ministri hanno chiesto più volte le motivazioni di tale provvedimento, tanto più che non si è trovato alcun edificio adatto per i seicentomila volumi e passa che la biblioteca contiene, né per i circa 4357 periodici e i 1389 manoscritti.

Così, il Rettore ha cambiato strategia. L’Università ha iniziato una raccolta di fondi dalla Regione, enti privati, perfino dal Mibact, «per la Sapienza», ma di fatto ha ristrutturato, restaurato e riarredato soltanto i locali del palazzo alla Sapienza destinati all’Ateneo. Intanto il trenta per cento del materiale librario della Biblioteca è stato dislocato provvisoriamente – e sappiamo cosa voglia dire in Italia, provvisoriamente – in un’altra sede, decentrata, pagata dal Mibact.

L’acqua e l’umidità

Da ormai quattro anni, i libri rimasti alla Sapienza sopportano il caldo e il freddo, senza il riscaldamento degli ambienti, senza alcuna areazione. Se da un giorno all’altro nessun studente né studioso è potuto più entrare in biblioteca, si sono verificati invece altri accadimenti: festini notturni, rotture di vetri, pioggia che entra dagli infissi malconci e, recentissima, la rottura di un tubo dell’acqua causata dal cantiere dell’Università che sta restaurando il Palazzo della Sapienza.

L’acqua, colando per ore sopra un soffitto occupato dalla biblioteca ha causato un danno gravissimo a circa tremila volumi, fra cui preziose cinquecentine. La direttrice e il personale della biblioteca che ovviamente devono operare in un’altra sede, si sono immediatamente mobilitati inviando alle necessarie cure i libri più colpiti. Tuttavia, poiché i lavori del cantiere dell’Università sono in pieno corso, non si possono aprire le finestre perché entrerebbero polvere e calcinacci. Il risultato è che i libri stanno cominciando ad ammuffire.

E gli interventi per la Biblioteca? Si faranno, pare, a breve; paga il Mibact, cioè la fiscalità pubblica, ma queste operazioni certo non saranno terminate fra pochi mesi quando riaprirà il Palazzo in autunno (la data dipende dagli impegni di Bocelli che parteciperà all’inaugurazione).
Il Palazzo della Sapienza, dunque, è stato chiuso perché la Biblioteca influiva negativamente con il peso dei libri sulle sue strutture almeno così si era supposto e riaprirà, dopo quattro anni, con la biblioteca ancora chiusa, senza una data certa dell’inizio dei lavori alla medesima né una data che ne indichi (fra un anno, fra due? Chissà).

Una raccolta di firme, molto partecipata, sta cercando di ottenere che quegli interventi siano almeno progettati in modo da permettere la riapertura a rotazione delle stanze della biblioteca in autunno: ci sono riusciti enti un po’ più complessi ma più attenti al loro pubblico, come, negli ultimi anni, la Hertziana a Roma, la British Library a Londra, il Kunsthistorisches Institut di Firenze.

Obiettivi fuori misura

Non sono, tuttavia, le risorse umane e finanziarie a essere mancate: anzi! Valanghe di soldi pubblici sono arrivate e arrivano da Roma, con commissioni efficienti e architetti volenterosi. Il problema è che queste risorse sono state gestite pensando anche a fini altri: a esigenze di riequilibrio accademico, a necessità di bilancio, a obiettivi di autopromozione. La classe dirigente locale, in un contesto economicamente depresso, costruisce la sua fortuna elettorale anche sulla gestione dei fondi; non solo: non si ritiene più in dovere di spiegare le sue scelte e rendere conto dei suoi errori.

Errori che inevitabilmente ripete: il primo luglio, infatti, a Pisa è stata chiusa definitivamente un’altra biblioteca, quella della Provincia, senza pubblica discussione né annunci. I motivi? Primo, la Provincia non ha più competenza sulle biblioteche (meno male che ce l’ha sulle strade, che altrimenti si appresterebbe ad arare o a cedere al migliore offerente) e, secondo, non ci sono i soldi per pagare il mutuo e le bollette dell’immobile che doveva ospitarla, restaurato con le solite valanghe di soldi, stavolta europei. I nostri amministratori hanno avuto e impiegato milioni di euro dei contributi europei e dei cittadini per costruire un edificio, ma non sono abbastanza attivi da pensare a renderne compatibile la spesa corrente e dunque lo cedono all’unico offerente (guarda caso, l’Università) al costo vantaggioso (per l’acquirente) del mutuo e delle bollette, sperando di non dover restituire i fondi europei per il cambio di destinazione.

Il valore sociale

Si è costruito senza una progettualità vera. Tanto che il funzionario della Provincia di Pisa che ha annunciato la chiusura non ha saputo spiegare se ci fosse un progetto o anche solo un’idea per il patrimonio librario, pur sempre bene pubblico.
E fin qui si è parlato solo di libri.

Ma le biblioteche non sono solo un deposito di volumi, includono gli utenti, i destinatari dei patrimoni che lì vengono custoditi e accuditi. Oltre a una funzione insostituibile per studenti e studiosi sono fonte di formazione sociale, permettono incontri e scambi di idee. La Biblioteca Provinciale era accanto a un liceo, i cui studenti hanno rimpianto la sua chiusura. Sono inoltre seriamente minacciate di chiusura anche la Biblioteca Serantini e la Biblioteca delle Donne. «Non di solo pane vivrà l’uomo», aveva risposto Cristo al diavolo; nel nostro tempo: «con la cultura non si mangia», e tanto basta.

Il Manifesto, 07.07.2016

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