L’ esperienza di un supplente.

Il mio racconto riguarda una supplenza di sei mesi su una cattedra di potenziamento di storia dell’arte. Il potenziamento, per chi non lo sapesse, è una delle novità previste dalla legge 107/2015 detta “Buona Scuola”.

Tra le varie discipline che, secondo la legge, andrebbero “potenziate” si trova anche la storia dell’arte. In particolare l’articolo 7 comma c recita: “potenziamento delle competenze nella pratica e nella cultura musicali, nell’arte e nella storia dell’arte, nel cinema, nelle tecniche e nei media di produzione e di diffusione delle immagini e dei suoni, anche mediante il coinvolgimento dei musei e degli altri istituti pubblici e privati operanti in tali settori”. Tornando alla mia personalissima esperienza, quando sono stato convocato lo scorso dicembre da questo istituto di istruzione secondaria, io, abilitato tramite Tfa, non mi sono fatto pregare due volte e ho accettato istantaneamente. Era l’occasione che attendevo da mesi ovvero da quando avevo terminato il lungo e laborioso percorso di abilitazione tramite il tirocinio formativo attivo. Tuttavia, una volta lì, capii fin da subito che tutto avrei fatto tranne che insegnare la materia per la quale mi ero abilitato.
Il mio lavoro in questi sei mesi si è esplicato sostanzialmente in tre modi: compresenze con altri insegnanti (di italiano e storia prevalentemente), uno sportello pomeridiano per il recupero dei ragazzi (poco frequentato) e le disposizioni, ovvero una sorta di tappabuchi ogni qualvolta mancasse un docente. Alla faccia del potenziamento della storia dell’arte previsto dalla Buona Scuola, mi verrebbe da dire! Nemmeno uno straccio di progetto per i ragazzi e, anzi, quando provavo ad essere propositivo mi tarpavano immediatamente le ali. Si legge “potenziamento” ma, almeno nel mio caso, si traduce con la parola “demansionamento”. Fortunatamente, grazie all’intelligenza di qualche insegnante di italiano e storia che mi ha visto come una risorsa, ho fatto delle piccole lezioni di storia dell’arte in parallelo col programma di storia da loro svolto. Tutto questo in classi di indirizzo dove la storia dell’arte ‒ ci tengo a dirlo – il più delle volte nemmeno si studiava. Mi sono sentito in svariate occasioni, per usare una metafora sportiva, come un giocatore lasciato continuamente in panchina ma che scalpita nel vedere gli altri giocare. Sì, perché nel vedere i colleghi, giovani e meno giovani, insegnare, ed io, il più delle volte, rimanere in sala insegnanti a disposizione o tutt’al più a fare il tappabuchi, ho provato proprio questa sensazione.
Per quanto io sia ancora alle prime armi mi sono fatto l’idea che non è il potenziamento la strada giusta per la storia dell’arte. La via da imboccare è categoricamente quella dell’aumento delle ore settimanali nelle scuole secondarie italiane, com’è spiegato con parole semplici ma dirette nel documento “Salviamo l’art. 9” visibile su questo stesso sito. E ci tengo a ribadire, con forza, quelle parole:
“Chiediamo che si insegni davvero la Storia dell’arte nelle scuole italiane: che la si insegni in tutte le scuole secondarie.
Chiediamo che, subito, si cominci col ripristinare le molte ore tagliate dalla Riforma Gelmini e non più reintrodotte, nonostante le promesse di questo Governo, e che gli insegnanti siano quei laureati e abilitati in Storia dell’arte, la cui preparazione costituisce un valore aggiunto per un’offerta formativa non solo culturale, ma anche civica e sociale”.