Tomaso Montanari, L’ideologia di Dario Franceschini
“L’obiettivo finale è trasformarci in turisti a casa nostra, l’esatto contrario di una formazione alla cittadinanza: perché «una visione turistica del mondo … non è esattamente una prospettiva che possa incoraggiare un’ardente devozione per la democrazia» (Ch. Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Milano 1995, p. 13).”

Più tutela, una miglior tutela, una «tutela olistica»: hanno provato in tutti i modi a farcelo credere. Quanto si sono sgolati, negli ultimi mesi, i pochissimi portavoce di Dario Franceschini, primo tra tutti quel Giulio Volpe che dopo essersi vanamente candidato al Senato per Sel, fa ora la sua figura tra i 250 firmatari per un «pacato» Sì al referendum costituzionale (insieme a Lorenzo Ornaghi, indimenticato esecutore testamentario del Ministero per i Beni culturali).

Tutta fatica sprecata: ora che la franchezza di un Franceschini in ginocchio di fronte ai nuovi vertici di Confindustria lacera tutti i veli della propaganda, consegnandoci la nuda verità.

Da questo discorso, a suo modo memorabile, apprendiamo che la riduzione delle soprintendenze da tre ad una non è stata pensata per tutelare di più, ma per semplificare la vita alla proprietà privata: «l’imprenditore che deve fare un intervento delle proprie proprietà aveva tre soprintendenze … ora non c’è più questo: le soprintendenze diventano uniche, ci sarà un’unica domanda e un’unica risposta, accompagnata dalle norme sul silenzio assenso». Tacere e assentire: ecco il ruolo della tutela di fronte alla proprietà. Bentornati allo Statuto Albertino: e addio all’articolo 9 della Costituzione repubblicana.

Coerente con quest’antifona, il resto del discorso è un inno alla mercificazione: quello dei Beni Culturali è il «ministero economico più grande del Paese», il patrimonio culturale è «una carta formidabile per la competitività italiana in tutti i campi», i monumenti che hanno ricevuto il famoso miliardo vengono definiti «grandi attrattori turistici-culturali del Paese», l’obiettivo della riforma è costringere i musei a vivere dei loro biglietti (prima «vendere cinquemila biglietti o ciquecentomila musei era indifferente: quello comunque riceveva») e per il futuro «vogliamo valorizzare lo strumento delle fondazioni in cui pubblico e privato stanno insieme, come nel museo Egizio di Torino». Perché visitare i musei prvoca «una crescita culturale, ma anche una crescita economica».

Infine, la ciliegina sulla torta: «per avere fiducia in noi basterebbe che ognuno di noi potesse vedere il nostro paese con gli occhi ammirati di quei viaggiatori che attraversano il nostro paese con gli occhi storditi dalla bellezza». Ci potrebbero essere dubbi sulla direzione di questa politica culturale ultraliberista, panneggiata nella stucchevole retorica della bellezza? L’obiettivo finale è trasformarci in turisti a casa nostra, l’esatto contrario di una formazione alla cittadinanza: perché «una visione turistica del mondo … non è esattamente una prospettiva che possa incoraggiare un’ardente devozione per la democrazia» (Ch. Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Milano 1995, p. 13).

Nella lettera aperta che gli ho indirizzato sull’ultimo numero di MicroMega, ho cercato di spiegare come e perché Franceschini abbia ormai superato Sandro Bondi nella quantità e nella qualità dei danni inflitti al nostro povero patrimonio culturale: ma ora, con il discorso a Confindustria, Franceschini surclassa Bondi anche sul piano ideologico, consegnandoci la prima, coerente politica culturale di destra che sia stata formulata in questo Paese da molto tempo in qua. Viva la faccia.
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