-Interi settori del «patrimonio storico e artistico della Nazione» vengono condannati a morte –

Il Ministero per i Beni culturali avrebbe bisogno, per funzionare davvero, di un organico di 25.000 unità (quello fissato nel 1997: in tempi di vacche già magrissime). Dario Franceschini ha prima ridotto le piante organiche a 19.050 unità, e poi ha bandito 500 posti (la metà di quelli che andranno in pensione prima della presa di servizio dei vincitori).
Ora il bando per i 500 posti di funzionario mostra a quali fatali conseguenze

ha portato questa colossale mistificazione.
Interi settori del «patrimonio storico e artistico della Nazione» vengono condannati a morte, e parti cruciali del Paese sono tagliate fuori da ogni prospettiva di sviluppo.
I 5 posti per gli antropologi e demoetnoantropologi rischiano di sconfessare definitivamente l’importanza di queste due professioni; i venticinque posti destinati a tutte le biblioteche d’Italia fanno pensare che la strategia del Mibact per la lettura e la ricerca sia di fatto una veloce eutanasia, e i quaranta posti riservati agli storici dell’arte certificano che i quadri, gli affreschi, le statue e gli arredi delle migliaia di chiese, palazzi e castelli italiani saranno orfani di ogni tutela.
Il dato più rilevante è la rimozione radicale del Mezzogiorno: la rimozione del suo immenso patrimonio, la rimozione dei suoi qualificatissimi giovani in attesa di un lavoro. La Campania avrà zero storici dell’arte. Come la Puglia, l’Abruzzo, la Calabria: alla fortunata Basilicata ne toccherà uno, al Molise due. E questo, per il Sud, è tutto: che si consoli con il marketing della Reggia di Caserta! Né questa punizione del Meridione sembra un caso: se veniamo agli archivisti (che pure sono in tutto 95: e meno male, dato lo sfascio terribile dei nostri depositi di memoria), constatiamo che nessuno di questi posti tocca alla Campania, alla Puglia, all’Abruzzo e alla Calabria. Regioni a cui non tocca, va da sé, nemmeno uno dei pochissimi bibliotecari. Di fronte a questa pesantissima discriminazione viene da chiedersi se, per coerenza, la ministra Giannini non stia per chiedere agli atenei meridionali la chiusura dei corsi di laurea in Beni Culturali. In ogni caso il messaggio rivolto ai giovani laureati e dottorati meridionali è chiarissimo: «emigrate!».
Questa incredibile situazione è il frutto della arbitraria riduzione delle piante organiche: al Sud non tocca nessun posto perché ora i suoi organici risultano pieni! Ma chiunque viva in quelle regioni è testimone di una situazione di sfascio inimmaginabile: le biblioteche, gli archivi e il patrimonio artistico diffuso del Mezzogiorno sono inaccessibili e in rovina proprio a causa della penuria di personale, oltre che di finanziamenti ordinari.
E, di fronte a tutto a questo, i numerosissimi posti riservati al Lazio ministeriale in tutte le categorie autorizzano a pensare che in questa sorta di 8 settembre della tutela, la struttura centrale tuteli solo se stessa, abbandonando il territorio al suo destino.
Se, infine, sono assai opinabili i criteri in base ai quali si assegnano i punteggi, lascia di sasso la procedura della selezione fissata dal bando. La seconda prova scritta del concorso per gli storici dell’arte, per esempio, prevede che i candidati predispongano un atto amministrativo, sia esso un verbale, una perizia o una relazione di vincolo, partendo dall’esame di un caso problematico concreto: non si punta, cioè, sulla preparazione scientifica, ma su una competenza amministrativa che si dovrebbe semmai invece imparare una volta entrati nei ranghi del Ministero.
Che la direzione sia quella di una burocratizzazione spinta lo dimostra la macchinosissima procedura di creazione delle cruciali commissioni esaminatrici, che saranno nominate, su designazione del segretario generale Mibact, dalla Commissione Interministeriale per l’attuazione del Progetto di Riqualificazione delle Pubbliche Amministrazioni (RIPAM), composta dai rappresentanti del Ministro dell’Economia, del Ministro della Funzione Pubblica e del Ministro dell’Interno. Quando si dice la semplificazione!
Un metodo di selezione, questo, che smentisce radicalmente la retorica antiburocratica del governo Renzi, e ne conferma invece l’avversione per la ricerca, e per il sapere in generale.
Insomma, il bando per 500 funzionari dei Beni culturali non è «il segno del cambiamento» propagandato dal ministro Franceschini. È, invece, l’ennesimo segno di un inarrestabile declino culturale e politico. Di nuovo c’è solo l’accelerazione della corsa verso l’abisso.
Dopo questo bando l’Italia diventa ancor più una repubblica fondata sui voucher e sul tirocinio a vita, mentre il nostro patrimonio culturale è costretto a sopravvivere ricorrendo al volontariato.
Emergenza Cultura torna a chiedere una revisione delle piante organiche che parta dalle reali esigenze di tutela del patrimonio culturale, e un trasparente e responsabile piano di assunzioni regolari, e non una tantum.
Chiediamo di vivere e lavorare come in un Paese normale: è troppo?