Affrontare il tema dell’organico e delle condizioni di lavoro nei cicli interni al Ministero significa toccare uno dei punti nodali della crisi e del declino progressivo di un servizio pubblico la cui essenzialità non si dovrebbe misurare con il sistema dei diritti dei lavoratori, ma con l’efficacia della sua azione. Invece noi assistiamo da troppo tempo ad un impoverimento professionale, ad una perdita progressiva di identità, ad un continuo ampliamento del gap generazionale, ad una mancata progettualità di innovazione organizzativa.

Al punto tale da temere che le prospettive di ripresa di funzionamento dei servizi abbiano un orizzonte temporale definito entro cui realizzarsi, oltre il quale occorrerebbe immaginare un destino diverso da quello della gestione pubblica per definirne prospettive di mantenimento. Quando parliamo di crisi di identità produttiva ci riferiamo a fattori cresciuti e sedimentati nel tempo, anche lontano, che riguardano la modalità con cui si è reclutato il personale interno e quella con cui si sono affrontate le sfide di crescita e innovazione organizzativa. E quali sono state le politiche del bilancio, quelle del contenimento del costo del lavoro, in questo periodo. Sono fattori noti e più volte ripresi nelle nostre analisi: tagli esiziali al bilancio del ministero, un taglio del costo del lavoro che in quindici anni ha ridotto di un quarto le capacità occupazionali previste, assommati a fattori endemici di crisi organizzativa dati dalla diseguale distribuzione del personale del territorio, con grandi addensamenti al centro sud e grandi carenze al centro nord. Dalla sua nascita il Ministero ha avuto processi occupazionali perlopiù legati a fattori casuali, leggi di occupazione giovanile, stabilizzazione di sacche di precariato giovanile, ex Lsu, trimestrali. Solo un terzo dei lavoratori sono stati assunti direttamente dai meccanismi concorsuali e anche queste fasi hanno tratto origine da provvedimenti straordinari , mai da programmazioni sul medio periodo. Insomma lunghe storie di precariato, di cui solo una parte è stato stabilizzato. Questo non ha certo impedito la nascita e la crescita di straordinarie esperienze professionali in tutti gli ambiti, ma certamente non ha dato necessaria continuità alla crescita organizzativa, fornito linfa al ricambio generazionale, dando l’amara sensazione che quanto di buono questo Ministero è riuscito ad offrire a questo paese abbia un limite temporale nell’anagrafe dei suoi dipendenti. 55 anni è l’età media attuale degli addetti, anche in presenza di processi assunzionali di una certa entità avvenuti nel 2010 e 2011, che videro l’ingresso di circa un migliaio di lavoratori, anche se pochissime furono le assunzioni di funzionari archivisti e bibliotecari. Questi 2 profili professionali hanno oltre il 60% degli addetti ultrasessantenni. Un dato difficilmente ricomponibile anche in presenza di un concorso che offre la possibilità di 500 nuovi ingressi tra i funzionari. Il fattore anagrafico è l’elemento più evidente del declino, ve ne sono altri derivanti da una organizzazione statica, ancorata su una visione formalistica e astratta e con gravi deficienze nel suo apparato amministrativo diffuso, nella sua linea di gestione della spesa, in quella decisionale, ed in quella, inesistente, del controllo. Una organizzazione diffusa in cui si sono frammentati i cicli organizzativi, i rapporti di lavoro, con una incidenza sempre presente di sacche di precariato strutturali, spesso nei cicli lavorativi più qualificati e ad alta implementazione tecnologica e organizzativa. La estrema diffusione sul territorio e la scarsità strutturale di risorse dirigenziali spesso hanno determinato gestioni autartiche e autoreferenziali ai vari livelli, determinando incomunicabilità e burocratizzazione estrema delle procedure. Dunque un sistema su cui sono passate senza lasciare tracce 5, 6 riforme organizzative. Su questo desolante panorama, nel quale si dibattono con alterne fortune i nostri lavoratori, si calano le due riforme Franceschini, che sarebbe del tutto improvvido sottovalutare negli effetti che rischiano di essere molto più profondi delle precedenti. Perché affondano il coltello nella piaga di una struttura indebolita dal peso dei suoi problemi irrisolti e il cambiamento che propongono rovescia i paradigmi, ritenuti a torto immutabili, su cui si era retto il rapporto tra tutela e valorizzazione, e lo fanno in modo abile, rappresentando benefici teorici la cui mancanza era appunto dovuta ad una eccessiva attenzione sulla tutela del nostro patrimonio culturale. Il risultato di questo processo è l’oggettivo ridimensionamento dei settori che si occupano di tutela conseguente alla scelta forte indirizzata al sistema museale, dal punto di vista dell’incidenza rispetto alla distribuzione dei poteri burocratici interni, a partire dalla gestione delle risorse per finire a quella del processo di ricomposizione degli organici derivante dai mutamenti del quadro macro organizzativo. I Poli Museali e i Musei autonomi si affiancano ai Segretariati come centri forti di spesa e il sistema degli Archivi e delle Biblioteche insieme a quello delle Soprintendenze no, con pochissime eccezioni. Al sistema degli Archivi e delle Biblioteche prima ed alle Soprintendenze nella fase due viene sottratta gran parte delle posizioni dirigenziali di settore, l’operazione si conclude con la ripartizione degli organici che vede il taglio operato nei settori della tutela di gran lunga superiore ai tagli operati dalle varie manovre che ne hanno compresso la dimensione teorica dagli oltre 25.000 previsti nel 1997 ai 19.050 attuali. E, se questo trova giustificazione nello sganciamento del sistema museale dalle Soprintendenze, altrettanto non si può affermare per Archivi e Biblioteche, settori in gran parte avulsi dai circuiti di valorizzazione e che quindi avrebbero casomai avuto bisogno di una rimodulazione del fabbisogno professionale specifico, che pagano il pegno di essere quello che in gergo ragionieristico si definisce una spesa incomprimibile, poco adatta alle fasi di spettacolarizzazione dell’offerta culturale promossa dalle cosiddette riforme. Settori tradizionalmente poco considerati dalle politiche ministeriali, che non hanno trovato risposte in queste riforme e quelle che hanno trovato lasciano francamente a desiderare. Al taglio dei dirigenti e al ridimensionamento degli organici di settore fanno da contraltare due misure: la prima, contenuta nella legge 125/2015, trasferisce al MIBACT competenze in materia di tutela del patrimonio archivistico e bibliografico prima assegnate a Province e Regioni, la seconda, prevista dalla seconda riforma Franceschini, istituisce le nuove Soprintendenze Archivistiche e Bibliografiche, un accorpamento artificiale e solo sulla carta. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a misure casuali, dettate da necessità strumentali e senza alcuna valutazione sull’impatto sui carichi di lavoro. Che invece sono esponenziali: ancora deve essere regolamentato il passaggio delle competenze su archivi storici e istituti culturali delle ex province mentre è chiaro quello che si è rovesciato addosso sul sistema della Biblioteche, chiamate da un giorno all’altro a garantire la tutela sul patrimonio di circa 17.000 Biblioteche dalle 46 che erano. In un sistema complesso che comprende sia l’utilizzo delle ex Soprintendenze Archivistiche, che quello degli Uffici Esportazione. Pertanto ci troviamo di fronte ad un ridimensionamento delle strutture in presenza di una forte aggravamento di carichi di lavoro legati ad incombenze specifiche e condizionate da scadenze il cui mancato rispetto lede interessi concreti ed espone a contenziosi legali. La creazione della Soprintendenze di settore accorpate non è altro che la classica pezza a colori, anzi potrebbe prefigurare una futura e quanto mai discutibile unificazione dei due settori. In sostanza la riforma Franceschini ci consegna un quadro macro organizzativo che trasforma il Ministero in un ente che si occupa prevalentemente di Musei e Turismo, che sposta gli asset strategici in politiche di cosiddetta valorizzazione estrema dei beni, dove la maggiore preoccupazione sembra quella di misurare l’aumento dei visitatori, di determinare negli ambiti dei circuiti museali una frequente attività che determina un rapporto diretto tra gli incassi in bigliettazione e crescita economica, quasi fosse quella la soluzione e non il risultato di un progressivo arretramento dello Stato dalle gestioni di sua competenza, l’amara constatazione che la crisi ha indotto il pubblico a rinunciare al suo ruolo prima per poi rivendicarne un altro, improprio, dove si chiede ai cittadini di sopperire e si aprono autostrade alle gestioni indirette di soggetti privati, come se gli esempi registrati in questi anni fossero esempi virtuosi. A chiudere definitivamente il cerchio è la riforma Madia, che indebolisce le funzioni di tutela sul territorio e propone un modello burocratico accentratore negli Uffici Territoriali dello Stato, al cui interno far confluire tutta la presenza statale sul territorio ponendola alle dirette dipendenze di un Prefetto. Questi sono i motivi veri e profondi che hanno spinto non solo noi a contrastare queste riforme, che hanno ispirato l’iniziativa odierna, che hanno spinto soggetti diversi a trovare un terreno comune programmatico e di confronto. E che speriamo troveranno nella manifestazione nazionale del 7 maggio di Emergenza Cultura un momento alto di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori.
Giustamente il manifesto che ha ispirato la costituzione di questa esperienza di Coordinamento pone l’accento sul lavoro come fattore centrale nelle possibili strategie che esulino da una politica sterile di mero contrasto alla marea montante della valorizzazione tout court. Ripartire dal lavoro significa assumerne i paradigmi della sua crisi, valutarne le possibili soluzioni, identificarne la complessità in relazione alla sua dimensione e articolazione, la sua magmaticità dispersa tra le mille forme compongono il mercato del lavoro. Dove spesso il lavoro autonomo si sovrappone a quello dipendente e viceversa, in uno scambio di ruoli utile solo a definire fenomeni di dumping salariale e normativo. Un quadro che compone quella che si definisce questione professionale e che pure all’interno di questo Coordinamento trova voci e istanze diverse accomunate tutte dalla medesima rivendicazione di dignità e riconoscimento sociale. Noi, la CGIL, in questi giorni abbiamo avviato una nuova campagna strategica impostata su una nuova proposta di revisione dello Statuto dei lavoratori e finalizzata alla previsione di un nuovo Statuto del lavoro, dove sono rispettate tutte le condizioni di lavoro tramite una visione unificante dei diritti e delle opportunità. Una visione unificante e che tende a rovesciare tutti i paradigmi neo liberisti che hanno uniformato tutti gli interventi sul mondo del lavoro, a contrastare forme di sfruttamento e dumping salariale, a riconoscere a tutti, indipendentemente dalle forme di lavoro, condizioni dignitose e concreto riconoscimento dei diritti. Una battaglia che stiamo portando anche sul piano dell’iniziativa referendaria contro il job acts, a riprova della valenza strategica che attribuiamo a questa iniziativa. Noi riteniamo pertanto che si debba partire da una regolamentazione del mercato del lavoro dove la prospettiva di collocazione professionale trovi ambiti certi di riferimento e conseguenti parametri minimi di trattamenti economici e normativi. Tutto questo si traduce concretamente nella individuazione dei limiti e delle regole che stabiliscano le modalità di ricorso al lavoro autonomo ed al lavoro dipendente, nelle politiche di controllo sulle forme di esternalizzazione produttiva, nel contrasto alle forme di reclutamento improprie ed al falso volontariato. Nella identificazione di tariffe minime e condizioni dignitose per le collaborazioni professionali che aiutino la crescita di opportunità per i professionisti. C’è spazio per tutti nei settori che si occupano di tutela del patrimonio, solo se si assecondano le potenzialità di crescita e sviluppo di queste attività. Anche per questo sarebbe fondamentale una corretta individuazione dei fabbisogni professionali interni, che abbandoni la logica delle misure spot, degli stages inutili, del concorsone come soluzione. Il concorso dei 500 funzionari è invece una misura una tantum, non corrisponde ad una logica programmatoria, al massimo servirà a coprire i buchi sempre più vasti nei settori professionali interni. Lo scriviamo nella relazione introduttiva, nel manifesto del Coordinamento: la condizione del depauperamento professionale nei settori degli Archivi e Biblioteche è impressionante e valgono le considerazioni fatte in premessa al mio intervento. Non c’è risposta se i tagli a questi settori sono di gran lunga superiori ai tagli fatti in ossequio alle varie misure governative, i funzionari archivisti perdono il 27% rispetto alla dotazione organica del 1997, i funzionari blibiotecari addirittura il 45%. Ma quello che appare più grave ancora, se possibile, è la mancanza di progettualità organizzativa: quale futuro per questi settori immaginare a fronte di segni evidenti di crisi nei cicli organizzativi: il calo drammatico nella fruizione dei servizi connessi, i ritardi nei processi di innovazione organizzativa, organizzazioni dei servizi obsolete e non in grado di corrispondere alle nuove sfide tecnologiche. Le possibilità di fare ricerca sempre più compresse dalla logica dei tagli orizzontali: l’Iccu ad esempio perde gran parte del suo organico originario senza che si sia tenuto minimamente in conto il ruolo strategico di questo istituto nelle prospettive di innovazione organizzativa, nei programmi di digitalizzazione, negli indirizzi in tema di catalogazione e ricerca. Le misure di incremento del bilancio del Ministero, ampiamente propagandate dal governo e contenute nell’ultima legge di stabilità non sono che un palliativo a fronte di un taglio che nel corso degli anni ne ha quasi dimezzato la consistenza (per il 2016 10 milioni di euro in più per Archivi e Biblioteche che hanno semplicemente ridato fiato ai bilanci di alcuni istituti ormai ridotti al livello di insostenibilità persino nelle piccole spese) e i dati del 2014 ci consegnano una immagine di un paese malinconicamente incardinato negli ultimi posti in Europa in quanto a spesa sulla cultura. Archivi e Biblioteche non fanno certo parte del core businnes nella politica di ripartizione delle risorse, che sono in gran parte indirizzate alla sfida sulla valorizzazione franceschiniana. La questione logistica, centrale per la conservazione del patrimonio, impatta sulle politiche di spending review, nel cui ambito trova spazio solo una politica di riduzione dei costi. Costi abnormi e improduttivi, basti pensare al costo dell’Archivio Centrale dello Stato, nei cui spazi si è pensato addirittura di ospitare il Museo Arti Orientali, mentre il patrimonio documentale trova ospitalità in spazi onerosi e improvvisati. Invece nessuna programmazione sull’ampliamento degli spazi per la conservazione di questo patrimonio: da anni ci dibattiamo inutilmente su soluzioni di utilizzo di spazi demaniali.
Serve quindi un ripensamento radicale di queste politiche e serve rimettere al centro del dibattito politico la questione della tutela del nostro patrimonio.
Occorre una politica occupazionale che abbia a cuore i criteri di programmazione sul medio periodo e abbia al centro la sfida dell’innovazione organizzativa. Dall’analisi puntuale che proviene dal rapporto Benzia sullo stato dell’organico Mibact emerge il dato della perdita, nel periodo 2010/202, di un terzo dei lavoratori presenti in organico nel 2010 (poco più di 20.000 lavoratori). Questo solo per effetto delle uscite per cessazione da pensionamento. Attualmente il personale presente in organico ammonta a circa 17.000 unità a fronte dei 19.050 previsti, con una incidenza maggiore nell’area dei funzionari, dove la carenza supera le 1000 unità e dove registriamo le medie anagrafiche più elevate. L’organico paradossalmente presenta anche una eccedenza nella prima area, quella dei lavoratori meno professionalizzati, pari a 250 unità circa, eredità anch’essa della manovra di taglio da spending review. Se rimaniamo alle prospettive attuali, alla fine del 2020 potremmo trovarci con un organico di meno di 15.000 effettivi. Quindi la programmazione dovrebbe servire da un lato a ridefinire le esigenze degli organici di settore dall’altro di dovrebbe porre l’orizzonte del 2020 come obiettivo di ricomporre il turn over. Il condizionale è d’obbligo: il concorso dei 500 è, come si è detto, una misura straordinaria, l’ordinario ci dice che in questo anno la percentuale di copertura dei vuoti in organico è scesa di nuovo al 25% delle uscite, ovvero su 100 uscite è possibile assumerne in teoria solo 25. In teoria, perché in pratica ancora sono del tutto bloccate anche le prospettive minime date da queste percentuali. Tutti i processi occupazionali nel pubblico impiego sono rigidamente controllati tramite meccanismi autorizzativi complessi e ridondanti da MEF e Funzione Pubblica, e lo stesso strumento di approvazione dei fabbisogni organici è un atto normativo rigidamente legato ai controlli burocratici, al punto che non è possibile nemmeno modificare le previsioni per area, se non rimettendo in piedi le procedure approvative di un DPCM. E anche la rimodulazione delle previsioni per area sarebbe necessaria: la previsione nell’area dei funzionari corrisponde attualmente ad un quarto della dotazione complessiva, ed è del tutto insufficiente a coprirne il fabbisogno effettivo. Bisogna abbattere l’attuale indice di scostamento professionale, uno dei principali fattori di anomia organizzativa, e agire sulla leva della crescita professionale interna parallelamente ai processi occupazionali esterni.
Sul fabbisogno professionale: molto si sta discutendo sulla necessità di avere figure polivalenti. L’esempio ci viene dal ciclo museale dove l’Amministrazione pensa di intervenire, nel medio periodo, con processi di reclutamento di figure professionali le cui competenze sono maggiormente indirizzate sulla gestione, la comunicazione, la valorizzazione. Per noi il ragionamento è più articolato e deve riguardare in primis il rapporto, attualmente disastroso, tra l’offerta formativa e lo sbocco occupazionale. Ovvero una frammentazione dei percorsi universitari uniti ad una estrema spinta all’acquisizione di titoli formativi. Che sforna in continuazione giovani iper formati, le cui specializzazioni trovano scarsa o nulla rispondenza nel mercato del lavoro. La presenza di figure specializzate, ad esempio, nei processi di digitalizzazione non trova sponde nel fabbisogno che le organizzazioni del lavoro pubbliche esprimono nel loro complesso. Altre figure, come ad esempio quella dell’educatore museale, non hanno riferimenti negli ordinamenti professionali interni, la cui rivisitazione si rende ineludibile. Il risultato è che tutte le figure utili all’innovazione organizzativa vengono reclutate tramite le esternalizzazioni sotto varie forme, e la dimensione storica del precariato intellettuale che opera all’interno dei nostri cicli produttivi ne è la testimonianza più concreta. Il nostro pensiero è che occorra combattere la frammentazione dei cicli produttivi tramite la valorizzazione delle specializzazioni e non tramite la ricerca di polivalenze dove le competenze più strettamente legate ai cicli di tutela perdono significanza rispetto a quelle legate ai cicli di promozione. Inoltre bisogna combattere anche questa singolare visione di un Ministero composto da personale esclusivamente ad alta qualificazione professionale le cui figure di supporto devono essere reclutate esclusivamente all’esterno tramite l’utilizzo della società in house o la vera e propria esternalizzazione. Una tendenza che negli ultimi tempi, sull’onda delle cosiddette emergenze, rischia di essere pervasiva. L’utilizzo della società in house (Ales S.p.a.)come serbatoio occupazionale di riserva non è altro che un ulteriore aggiramento delle politiche di blocco del turn over con l’aggravante del costo maggiorato che tali prestazioni comportano per il bilancio pubblico, a cui fa da contraltare un abbassamento dei livelli retributivi del personale reclutato in tale forme.
Rivendicare la specializzazione significa salvaguardare le competenze tecniche, impedire che possa prevalere l’idea che a capo di un archivio ci possa essere un dirigente amministrativo, che un Archivio, una Biblioteca che si occupa di tutela, di ricerca e fruizione possa rimanere senza dirigenza. I dirigenti previsti al Mibact sono meno della metà di quelli impiegati nella Regione Sicilia nei settori dei Beni Culturali, nel Ministero c’è un rapporto di un Dirigente previsto per ogni 108 dipendenti, negli altri Ministeri il rapporto è mediamente 1 dirigente ogni 25/30 dipendenti. Eppure non si è trovato niente di meglio da fare che togliere Dirigenti nei settori della tutela. Quando invece anche in questo caso si sarebbe dovuto intervenire rivendicando la necessità di incrementare i posti dirigenziali, prevedere un aumento delle posizioni amministrative, non cassare le dirigenze tecniche.
Ritorniamo pertanto agli squilibri ingiustificabili prodotti dalle riforme Franceschini, al vero nodo gordiano che svela la pochezza di un disegno riformatore ambizioso solo sulla carta, che è quello di una questione occupazionale strettamente intrecciata con la questione professionale, fattori che insieme ad un incremento vero delle risorse compongono le prospettive stesse della tutela del nostro patrimonio culturale. Questioni irrisolte e di gran lunga peggiorate, sotto il comodo ombrello della spending review. Il Ministro ha reagito piccato alle critiche sulla scarsa attenzione al sistema degli Archivi e della Biblioteche, promettendo numeri più alti nel prossimo concorso da destinare ai funzionari archivisti, 100 posti su 500. Bene, rispondiamo noi. Ma in quanto tempo, dopo queste assunzioni, torneremo all’attuale situazione? 500 nuovi ingressi fanno rumore solo nel contesto della generale desertificazione dei concorsi pubblici. Non risolvono nessun problema. Serve invece capacità programmatoria e visione organizzativa: purtroppo doti rare nelle Amministrazioni e nella classe politica, molto più attenta alla politica degli eventi che a quella del cambiamento reale. Quindi serve un piano per nuove assunzioni mirate a coprire i vuoti sempre più numerosi nei settori in cui si registrano le uscite maggiori, come questi, la cui salvaguardia dovrebbe costituire un impegno primario, se veramente si vuole dimostrare di avere a cuore il nostro patrimonio.
Chiudo sulla sfida sull’innovazione organizzativa: superare l’attuale modalità di organizzazione dei servizi rappresenta un salto culturale per tutti gli attori sociali di questo processo. Questo riguarda sia la riorganizzazione dei servizi front office che lo snellimento delle procedure interne, la semplificazione delle linee decisionali, la modalità di circolazione delle informazioni, l’attivazione di una linea di controllo valutativo sulla gestione. In particolare i settori oggi oggetto di approfondimento hanno a nostro avviso necessità profonda di una nuova progettualità organizzativa, di una riqualificazione dei servizi; sul futuro di Archivi e Biblioteche si giocano destini incrociati: si combatte un declino apparentemente inarrestabile e si mette al centro della battaglia civile contro la crisi sociale la straordinaria memoria culturale che possediamo, spesso del tutto ignari di possederla.
Infine un ringraziamento: è stata per me e l’organizzazione che rappresento una straordinaria opportunità di confronto tra punti di vista specifici e di arricchimento del nostro bagaglio di idee la costituzione di questo Coordinamento. Ci unisce la profonda preoccupazione per i problemi che ho tentato di esporre, una preoccupazione che ci vede oggi e speriamo anche domani insieme impegnati per il rilancio di politiche culturali consone alla quantità ed alla qualità del patrimonio che la comunità nazionale possiede. Quindi grazie di cuore alle Associazioni e grazie di cuore a tutti voi.
E vi aspettiamo tutti in piazza il 7 maggio!

Relazione presentata al convegno “L’emergenza nascosta: archivi, biblioteche e il futuro della ricerca in Italia”, che si è tenuto a Roma il 15 aprile 2016, organizzato dal Coordinamento Nazionale per gli Archivi e le Biblioteche.

L’autore è coordinatore nazionale Fp Cgil Mibact.